Non capita spesso l'opportunità di ascoltare nella stessa serata due diverse declinazioni del moderno progressive, quella "branca del rock" che ha visto, con ogni probabilità, i Genesis come più importante e celebrato esempio. Nello specifico ci riferiamo alla versione inglese del neoprog di Steven Rothery, chitarrista dei Marillion, in tour italiano con il suo progetto solista, e la ricercatezza stilistica e concettuale degli italianissimi RanestRane (con le due "r" maiuscole).
I primi ad esibirsi sono, ovviamente, i RanestRane, band romana evoluzione dei Bob-Frog (che a loro volta prendevano il nome da Hop-Frog, un racconto di Edgar Allan Poe), nome particolare (la st tra le due "rane" sta per strumenti musicali) per un repertorio sicuramente caratterizzante e fuori dall'usuale: concept come da migliore tradizione del prog, cantati in italiano, ispirati a grandi film come "Nosferatu" di Herzog, "Shining" di Kubrick e, più recentemente, "2001: odissea nello spazio". Le serata è stata appunto dedicata a "Odissey". Vista la dimensione, l'odissea kubrickiana è stata concepita come trilogia e il gruppo sta già lavorando alla seconda parte, "Hal" che uscirà a settembre 2014", per poi risolversi - successivamente - con "La porta dei pianeti", terza ed ultima suite.
Difficile stabilire se i quattro musicisti delle "Rane" siano più bravi o più "visionari" nella loro proposta concettual-musicale, quello che è certo che l'abbinamento delle immagini del film alle loro splendide e ricercate partiture è veramente intrigante. Si rimane senza parole nell'assistere alla perfetta commistione al punto che, ci chiediamo, se Kubrick avesse potuto conoscere i Ranestrane, avrebbe scelto Strauss o avrebbe avuto qualche dubbio? Peccato che questo non potremo mai saperlo.
Abbiamo però potuto chiedere direttamente a loro i motivi di questa non facile scelta dei concept calati sulle immagini. "Tutto nasce dalla passione per il cinema d'autore e dal nostro sogno di poter realizzare delle potenti opere rock sullo stile di "The Wall" o "Tommy", ci hanno raccontato, "ma non potendo contare sugli enormi capitali economici di Roger Waters o degli Who, abbiamo scelto di utilizzare film molto conosciuti su cui abbinare la nostra musica".
La proiezione musicale termina e i RanestRane lasciano il palco a Steven Rothery, un farsi da parte per modo di dire, visto che sia il chitarrista che il cantante dei Marillion (Steve Hogarth, ndr) hanno lavorato sul progetto "Odissey", e difatti non assistiamo a un classico concerto con l'opening act di una band e l'ingresso successivo della seconda o del solista, quanto a una continua miscelazione, con la massima e costante collaborazione.
Steven Rothery, nel suo classico "stile", porta in scena quella grande classe che si concede poco dal punto di vista visuale, niente gesti esagerati, ma solamente musica. Non diversamente da come lo avevamo già visto con la sua blasonata formazione, i Marillion, Rothery lascia sempre che sia la sua chitarra a "parlare" (e quanto sa parlare), rimanendo impassibile su ogni brano, concedendosi al pubblico volentieri per annunciare i pezzi, ma senza lo show "espressivo" facciale di molti suoi colleghi, solo un leggero e molto british apprezzamento. L'ascolto è un piacere continuo che si innesta e dà prosecuzione alla ricercatezza stilistica dei Ranestrane.
Il terzo cambio musicale, la parte finale del concerto, si costruisce con la presenza delle "voci", risalgono sul palco parte dei Ranestrane e due cantanti: prima Manuela Milanese e immediatamente dopo Alessandro Carmassi. Il secondo, anche sfruttando abilmente una leggera somiglianza con Hogarth, entusiasma ancora di più il pubblico, che apprezza particolarmente la sorta di jam session che si viene così a creare, non distinguendo più - e poi a chi importa - quali siano i componenti di Ranestrane e quali del gruppo di Rothery. La conclusione è con il grande "classicone" melodico dei Marillion "Easter" e non potrebbe essere diversamente.








