David Bowie: the passenger

La straordinaria avventura di David Bowie in un percorso fotografico, dopo il ritorno in Europa negli anni '70

immagine di riviste che ritraggono David Bowie
m&s - David Bowie: the passenger (foto di Stefano Renna)

Inaugurata, al Palazzo delle Arti Napoli (PAN) in Via dei Mille, la mostra David Bowie: the passenger. By Andrew Kent rimarrà visitabile sino a fine gennaio 2023. In occasione del vernissage di presentazione, il fotografo Andrew Kent, in collegamento video, ha raccontato l’inizio della sua avventura professionale con l’artista e spiegato il lato privato ed umano di David Bowie, con il quale ha collaborato assiduamente per oltre 4 anni, accompagnandolo nel tour europeo che segnò la rinascita artistica del cantante inglese.

La curatela di Vittoria Mainoldi e Maurizio Guidoni, di Ono Arte, rende omaggio ad una delle più amate leggende della scena artistica mondiale del XX secolo, attraverso 60 fotografie e memorie, insieme a quasi 90 cimeli e memorabilia di diverse collezioni private. La mostra di Napoli, preceduta dalla tappa al TAM (Teatro Arcimboldi di Milano), presenta un nuovo allestimento e due nuove sezioni espositive dedicate alla carriera cinematografica di Bowie - nata proprio a metà degli anni ’70 - e ai costumi, quest’ultima in collaborazione con il corso triennale di Fashion Design dell’Accademia di Belle Arti di Bologna con il coordinamento della professoressa Rossella Piergallini, per approfondire la poliedricità di Bowie come uomo ed artista.

La prima volta che ho incontrato David è stato grazie al mio amico regista Cameron Crowe. Cameron all'epoca era agli inizi della sua carriera, non aveva molti soldi, dormiva sul mio divano e lavorava anche come giornalista. Una volta doveva intervistare David, ma l’unica possibilità che gli avevano dato era alle tre del mattino. Non sapendo guidare, chiese a me di accompagnarlo a Los Angeles

Tra il 1975 e il 1976, Bowie decide di lasciarsi alle spalle l’esperienza americana, culminata con il successo di Young Americans e le riprese de L’uomo che cadde sulla terra (1976, di Nicolas Roeg), per tornare nella nativa Europa e rifondare la sua carriera. Bowie cercava conforto in Addio a Berlino, il romanzo di Christopher Isherwood ambientato durante la Repubblica di Weimar, nel suo lavoro e nella musica dei Kraftwerk.

Fattori importanti che lo spingono ad immaginare il proprio ritorno in Europa. Berlino era la città prescelta, nonostante a Londra - la sua città natale - ci fossero i segnali di un’altra rivoluzione imminente: il Punk. L’ex-capitale del Terzo Reich non poteva non esercitare un fascino discreto su Bowie anche per via del muro che divideva due mondi: Est e Ovest, Capitalismo e Comunismo. Una frontiera costruita nel cuore della città a creare una frizione costante, nella quale artisti come lui trovavano ispirazione.

Numerosi i retroscena illustrati dal fotografo che negli anni ’70 realizzò molte fotografie iconiche degli artisti dell’epoca come Freddie Mercury, Elthon John, Jim Morrison, i Kiss, Iggy Pop, Frank Zappa, solo per citarne alcuni, ma che con David Bowie divenne partner inseparabile dal 1975 al 1978.

Il primo impatto che ebbi con David non fu particolarmente profondo, all’epoca David abusava di cocaina e non si riusciva stabilire con lui un rapporto. Cosa che accadde, invece, nella prima occasione lavorativa. Fu invitato al programma televisivo della CBS, Soul Train, dove ebbi modo di fotografarlo. Fu lì che David si accorse del mio lavoro e riuscimmo a stabilire una connessione e, da lì, si iniziò a parlare del tour che doveva iniziare entro poche settimane

Ad aprire, infatti, la mostra al PAN è proprio questa foto al trucco di David Bowie che si prepara a registrare il suo intervento, come primo artista bianco mai invitato alla trasmissione Soul Train. Durante il tour promozionale del suo ultimo album, Station to Station, Bowie era diventato “The Thin White Duke” ovvero “Il Sottile Duca Bianco”: un elegante, sofisticato, pallido - ed eccessivamente scavato in viso - crooner con camicia bianca, panciotto e pantaloni neri. Un antistyle per eccellenza che nasceva dalla mente non convenzionale di un artista che aveva espanso i confini del pop, introducendo nuovi elementi come la performance, costumi di scena che avrebbero influenzato la moda, la letteratura, la politica e una teatralità prima sconosciuta in quel contesto. Le fotografie e le testimonianze di Kent raccontano quel periodo concitato nel quale tutto stava di nuovo cambiando sia per Bowie che per il mondo attorno a lui.

L’Isolar Tour fu diverso per David. Si notava il suo cambiamento. In quel periodo stava cercando di ritrovare sé stesso e di allontanarsi dalle droghe. Furono otto mesi intensi, vissuti a stretto contatto poiché, contrariamente al tour precedente in cui erano coinvolte un centinaio di persone, quella volta eravamo solo in cinque: David, il suo manager, la sua assistente, Iggy Pop ed io

L’Isolar Tour europeo segnò anche la metamorfosi dallo scintillante Bowie – “Ziggy Stardust” al nuovo raffinato alter ego “Thin White Duke” (Duca Bianco). Decisiva fu la tappa tedesca: da lì, nei tre anni successivi nascerà la acclamata Trilogia berlinese, con gli album Low (1977), Heroes (1977) e Lodger (1979), e Bowie stringerà un più stretto legame con un altro mostro sacro della musica, Iggy Pop, con cui condivise la permanenza nella capitale, oltre che il viaggio a Mosca documentato da Andrew Kent, e fertili collaborazioni artistiche, come per il brano The Passenger (1977).

Non solo foto da palco, quindi, ma anche testimonianze di quel frenetico viaggiare, soprattutto in treno e nave (Bowie infatti detestava volare in quegli anni) per raggiungere quei luoghi dove la maggior parte delle persone comuni non poteva andare, come ad esempio il Blocco Sovietico. Bowie aveva già visitato Mosca nel 1973, ma durante una pausa del segmento europeo dell’Isolar Tour, il tour promozionale di Station to Station, annuncia al suo entourage che vuole raggiungere di nuovo la capitale russa. Sarà Andrew Kent à occuparsi dei visti per accedere all’Unione Sovietica.

Di quel breve soggiorno rimangono le fotografie incluse nel percorso della mostra a restituirci un istante unico. Si tratta di snapshot e qualche foto in posa - davanti al Cremlino o al Mausoleo di Lenin - di un istante unico nel quale la fame di onniscienza che alimentava la mente di Bowie, lo stava preparando per Low, Heroes e Lodger: La Trilogia di Berlino. Qui, assieme ad Iggy Pop, Bowie avrebbe scritto e registrato alcuni dei suoi album più importanti e influenti. La Cortina di Ferro e il Muro di Berlino attrassero Bowie e lo stimolarono a produrre la sua ennesima rivoluzione, nel tentativo appunto di cambiare il mondo e il suo mondo. Due anni dopo, se ne sarebbe di nuovo andato, non senza aver prima dato tutto, come ricorda lo stesso Kent. Alla fine dei conti, come canta in Be my Wife (Low, 1976) “I’ve lived all over the world... I’ve left every place”.

DAVID BOWIE: THE PASSENGER
By Andrew Kent
in collaborazione con il Comune di Napoli e il PAN
Apertura al pubblico
fino a domenica 29 gennaio 2023, orario continuato
www.mostradavidbowie.it

Testata Giornalistica
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