È un tipetto carino. Non troppo alto, circa un metro e settanta. Capello corto sotto quel Borsalino che gli nasconde un po’ il viso. Appare trasandato. L’aspetto è quello di chi è caduto dal letto da non più di dieci minuti. Jeans neri, maglietta bianca con scollo a V, anfibi Doc Martens logori e un portachiavi infilato alla bell’e meglio in una tasca. Non si può certo affermare che non sia un bel ragazzo, ciò non toglie che si è presentato con tre fottutissimi quarti d’ora di ritardo. Non si fa così, è da stronzi patentati. George non è tipo da abbracci. Gli stringe la mano e subito facciamo conoscenza. “Ben ritrovato, lascia che ti presenti Dave Lory. Dave, Jeff Buckley”.
Il manager e amico del protagonista Dave Lory rivela al grande pubblico l’universo del musicista statunitense, da una prospettiva unica e privilegiata. Un viaggio letterario che coinvolge soprattutto gli addetti ai lavori del suo entourage, dagli esordi fino al tragico ed improvviso epilogo. Discografici, avvocati, musicisti, fonici, fotografi e tutti gli altri attori della filiera del music biz, contribuiscono al libro ciascuno con un personale aneddoto, restituendo al lettore quella che era una figura complessa e controversa.
Lory, assieme al giornalista Jim Irvin, riporta in prima persona le giornate e i viaggi con Jeff. Il lettore vive “in presa diretta” prove, sessioni di studio, contratti e strategie promozionali attraverso il punto di vista tutt’altro che distaccato dell’autore. Dettagli, pensieri e preoccupazioni di un manager, la cui figura si andrà a evolvere nel tempo e diventerà una sorta di padre adottivo per l’eccentrico Jeff. Quel padre - amato cantautore che aveva abbandonato lui e la madre in tenera età, per morire poi di overdose - che non ha mai avuto. Proprio il difficile rapporto con il padre, o meglio, con il paragone che subiva con il genitore Tim, è uno degli argomenti portanti del libro. Questo tormentato confronto sarà per sempre uno dei “topic” della sua vita e della sua carriera. “Non ho niente a che fare con mio padre” dichiarava Jeff, rinunciando del tutto agli assegni derivanti dai suoi diritti d’autore.
Il background musicale di Jeff Buckley spaziava dal metal anni ’80 alla musica indiana, alla raffinata abilità come chitarrista e come arrangiatore. Se Buckley definiva il musicista pakistano Nusrat Fateh Ali Khan “il mio Elvis”, non è un segreto che fosse innamorato della cantante dei Cocteau Twins Elisabeth Fraser, ma non tutti sanno che una volta disse no al suo mito chitarristico Jimmy Page Plant che gli chiedeva di aprire un concerto. Tra le sue prime esibizioni nei locali c’è quella nel bar irlandese Sin-è a New York e da qui nasceranno le tracce del suo primo EP. L’ingaggio in quel locale, dove lavorava come barista Sinéad O'Connor, fu procurato dal chitarrista dei The Commitments Glen Hansard. La registrazione di quel disco dal vivo fu realizzata a insaputa del protagonista: il locale, infatti, fu cablato di nascosto, così Buckley non si sarebbe sentito sotto pressione ed avrebbe suonato rilassato.
La vita e la carriera di Jeff erano un continuo di alti e bassi, entusiasmi e delusioni, grandi certezze e improvvisi ripensamenti. Con il primo album “Grace” il successo di massa arriva molto velocemente e da lì il rapporto con i fan e con la fama diventa complesso. In un attimo era sulla bocca di tutti: così Paul McCarteny si auto invitava ad un suo live, Barbara Streisand lo voleva per un suo film e i Radiohead venivano illuminati da un suo concerto per riprendere le registrazioni del loro secondo album, “The Bends”.
Buckley era noto anche per avere la capacità di riprodurre perfettamente, cantando, tutto ciò che ascoltava. Dei colleghi riusciva ad imitare il tono, gli accenti e le cadenze. Una volta, durante un concerto, cantò “Grace” esattamente come l’avrebbe fatta Bob Dylan, ma quest’ultimo, informato dei fatti, andò su tutte le furie, nonostante il gesto di Jeff fosse un tributo rivolto al suo idolo.
Le registrazioni del secondo album di Buckely, “Sketches for My Sweetheart the Drunk”, come noto, s’interruppero a causa di un incidente dove il cantante rimase ucciso. L’evento suscitò enorme scalpore e speculazioni mediatiche in tutto il mondo. L’autore, che ha sempre escluso il motivo del suicidio o un abuso di sostanze, ci lascia con una personale osservazione non priva di un velato senso di colpa. Secondo Lory, infatti, il gesto di Buckley non è stato in alcun modo volontario, ma semplicemente ne aveva sottovalutato le conseguenze.
JEFF BUCKLEY
Da Hallelujah a The Last Goodbye
di Dave Lory con Jim Irvin
editore Il Castello
collana Chinaski edizioni
pagine 308
formato 15 x 21 cm - bross. con alette
prezzo € 22,00
codice ISBN 9788827604441









