C'era una volta Sergio Leone (recensione)

Quando un uomo con il western incontra un uomo con la cinepresa... potete essere "dannatamente" certi che è Sergio Leone

immagine della locandina dello spettacolo
m&s - C'era una volta Sergio Leone (foto © media & sipario)

"Cera una volta Sergio Leone" è una retrospettiva ovviamente fotografica, video e sonora (sarebbe stato un vero e proprio sacrilegio se fossero mancate le grandi partiture di Ennio Morricone, e infatti ci sono!), fatta anche di testimonianze, costumi e memorabilia provenienti dai set che descrivono la vita e l'incredibile excursus cinematografico di uno dei più grandi autori del Novecento, reso ancora più eccezionale dal fatto di aver firmato solo sei film (abbiamo volutamente lasciato da parte "Il colosso di Rodi" del 1961, anche se nella mostra è correttamente citato).

Con 5 western (a parere nostro il termine "spaghetti", connotando spesso un taglio artistico inferiore quando paragonato al cinema americano, può ascriversi ad altri e non a Sergio Leone), il regista romano, ma anche coautore dei soggetti e delle sceneggiature di tutte e cinque le sue pellicole, è niuscito a ritagliarsi, non è corretto, ad affermarsi in un genere "altro", ricavandone un proprio "sottogenere" completamente personale e immediatamente identificabile, alla Leone appunto, e diventando così la più grande icona crepuscolare del cinema western, assieme a pochissimi altri autori, esclusivamente americani, John Ford e Howard Hawks sopra a tutti.

Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto.

La cosiddetta "trilogia del dollaro" in soli tre anni, dal 1964 al 1966, che consacra al successo Clint Eastwood. "Il buono, il brutto, il cattivo" (il terzo film) in cui il capitano nordista (Aldo Giuffré) spiega "... chi possiede più bottiglie per ubriacare i soldati e mandarli al macello, quello vince" che meriterebbe di essere affiancato al "Il dottor Stranamore" (1964) di Stanley Kubrik o al "Madre Courage e i suoi figli" di Bertold Brecht (1938/1939) come manifesto culturale contro l'insensatezza della guerra, di ogni guerra. Il suo più grande affresco di un'epoca intera ("C'era una volta il West" nel 1968), da vedere in abbinamento con "La conquista del West", altra opera corale, anche registica, del 1962. Per poi mettere la parola fine alla sua fase western nel 1971, con il più moderno "Giù la testa".

Una lunghissima pausa e Sergio Leone ci consegna il suo ultimo film che, nuovamante, è il racconto di una grande epoca, anche se successiva, quel "C'era una volta in America" del 1984 che lo ha definitivamente consacrato alla storia, anche per le generazioni successive. Una "cattedrale" (citazione da Enrico Medioli) che ha necessitato 13 anni di preparazione, dove "... il suo bagaglio cinematografico, esplorato nel cinema western, è qui messo al servizio di una storia labirintica, il cui tema principale è il tempo stesso. Il risultato è il suo film più cupo, malinconico, personale".

Che hai fatto in tutti questi anni, Noodles? Sono andato a letto presto.

Sei soli film, lo ribadiamo, ma più che sufficienti - come quantità/qualità - per inserirlo nell'Olimpo della settima arte. D'altra parte è Leone stesso a dichiararsi "... nato nel cinema. I miei genitori ci lavoravano (il padre Vincenzo prima come attore e poi regista, la madre Edvige Valcarenghi come attrice, ndr). La mia vita, le mie letture, tutto quello che mi riguarda ha un rapporto con il cinema. Il cinema è per me la vita, e viceversa".

Nell'esposizione romana (all'Ara Pacis) c'è ampiamente testimoniato tutto il percorso artistico del regista, divertenti aneddoti raccontati da Ennio Morricone (il ritardo sistematico con cui si presentava agli appuntamenti e le modalità con cui si innamorava dei temi musicali), con cui aveva frequentato le scuole elementari; il modo cinico con cui seppe cogliere il potenziale di autore in Carlo Verdone, facendogli firmare un impegno contrattuale su di un tovagliolo opportunamente recuperato; ma anche la testimonianza ammirata di Quentin Tarantino (inquadratura alla Sergio Leone) o di John Carpenter (ha creato un western che non era mai esistito).

Dove vai? A dormire. Quando devo sparare, la sera prima vado a letto presto.

La suggestione nel muoversi, molto lentamente, all'interno degli spazi espositivi è quella di immergersi non nella realizzazione (per quella si può indugiare sui frammenti delle scene girate e rigirate, fino al ciak finale) ma nelle atmosfere stesse dei suoi film, indossando il poncho di Clint Eastwood e fumando lo stesso sigaro. Ma è nello spazio dedicato ai ritratti che emerge la potenza espressiva "alla Leone", nel saper rendere quei volti di grandi attori ancora più incisivi grazie all'uso dei segni (del trucco o del tempo poco importa) che - oggi - scelte scellerate hanno deciso di cancellare. Leone no, Leone esaltava i segni di vita sui volti e sugli occhi dei suoi personaggi, rendendoli parte del racconto, cui poi l'eccezionale "struggimento" morriconiano forniva quel suono che appena mancava, oggi totalmente inscindibile.

La visita alla mostra, che rimane ancora aperta fino a domenica 30 agosto (2020), permette di immergersi in un contesto probabilmente irripetibile, fatto di sguardi e tagli cinematografici mai lasciati al caso, visione d'insieme e musicale che non possono essere, e non potranno mai esserlo, fruiti separatamente. Oggi che anche il Maestro Ennio Morricone è venuto a mancare, visitare "C'era una volta Sergio Leone" ha anche il sapore dell'omaggio a chi - "senza mai disturbare" - ha contribuito a che un capolavoro, anzi sei, diventassero tali. Pensa cosa potranno immaginare ora, da qui all'eternità.

... se è vero che ho creato un nuovo tipo di western, inventando personaggi picareschi, in situazione da epopea, è stata la musica di Ennio Morricone a farli parlare.

Questo articolo, a prescindere dai suoi contenuti, si apprezza maggiormente se leggendolo si ascolta "Le colonne sonore originali dei film di Sergio Leone" di Ennio Morricone, 1989, edizioni RCA. Il bicchiere di whisky lo consideriamo un optional, magari sostituibile con un buon vino.

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
Change privacy settings