“Ma voi umani che diavolo state combinando?” sembra chiedere all’umanità lo scimmione sulla parete della sala Fontana del Palazzo delle Esposizioni, dove è ospitata la mostra. In totale 33 opere a tecnica mista (dal bianco e nero all’evoluzione verso il colore) del cantautore e polistrumentista napoletano, compresa questa che non a caso è considerata una delle più emblematiche tra quelle in esposizione.
La personale è a ingresso gratuito ed è stata curata da Marcello Lala e ideata da Mino Dinoi, con il supporto dell’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dell’Azienda Speciale Palaexpo. Appena dopo la sua chiusura partirà inoltre il tour estivo “Quando sarò grande”, che vedrà Edoardo Bennato protagonista di sei concerti-evento nelle principali arene italiane, accompagnato dalla sua Be-Band e dal Quartetto Flegreo.
Diplomato al liceo artistico e laureato in architettura, Bennato ha costruito durante la sua carriera un percorso artistico fatto di contaminazioni, nel quale la musica si incontra spesso con l’arte figurativa, che sia fotografia o pittura. È stato proprio lui ad esempio a realizzare le iconiche copertine dei suoi album “La torre di Babele”, “Rinnegato” e “Io che non sono l’Imperatore”.
Queste contaminazioni si ritrovano nei materiali in mostra, che includono anche alcune citazioni tratte da sue canzoni, evidenziando fra l’altro l’interesse dell’artista per le problematiche umanitarie, politiche e sociali.
Uomo del sud – come ci tiene lui stesso a sottolineare in un contributo scritto a corredo dell’esposizione nel quale lancia anche un messaggio di uguaglianza – l’artista racconta attraverso le sue opere anche le storie di un Meridione (che sia dell’Italia o del mondo) che fa fatica a stare al passo ma che è comunque sempre in movimento.
Il movimento è peraltro una costante del progetto pittorico unitario “In cammino” – dal quale ha preso il nome l’esposizione – avviato nei primi anni Duemila e caratterizzato da una profonda esplorazione visiva e poetica della realtà, in dialogo appunto con la produzione musicale dell’artista. Questa mostra ospita parte dei lavori della serie, realizzata con l’obiettivo di stimolare un confronto utilizzando immagini che invitano il pubblico a riflettere sui rapidi cambiamenti del nostro tempo e sull’urgenza di adattarsi a una realtà in costante divenire. Le opere selezionate sono tutte su tela e raffigurano i venditori ambulanti, comunemente noti come “vu’ cumpra”, che camminano sulle nostre spiagge e che rappresentano il “cammino incessante della Famiglia Umana nel corso dei millenni”.
Accanto ad esse non mancano opere che raffigurano invece elementi più strettamente legati alla musica, quali chitarre, armoniche a bocca, cavi, amplificatori, cuffie, musicassette, per lo più assemblati in grovigli di stampo quasi futurista. Sigarette, accendino, occhiali da sole e altri effetti personali di Edoardo Bennato, lo rendono poi visibile e riconoscibile al pubblico, nonostante non sia presente fisicamente nelle sue opere. Una firma non scritta che si aggiunge a quella autografa.
Sono inoltre esposti alcuni dei lavori realizzati fra il 2021 e il 2022, parte di un ciclo nel quale Bennato ha rappresentato la schizofrenia che per l’autore caratterizza il genere umano: immagini emblematiche di un pianeta in subbuglio, come si diceva in apertura. “La prima opera realizzata è quella di due ragazzini, spaesati, nel mezzo di una città distrutta”, ha dichiarato in proposito, “quando ho dipinto questo quadro non avrei mai immaginato di sentir parlare ancora di minaccia di una guerra mondiale”.
Si potrebbe dire quindi che questa mostra racchiude e dischiude le varie anime dell’artista, da quella più ideologica a quella musicale. C’è da aggiungere tuttavia che la fruibilità del percorso espositivo è resa un po’ complessa dall’assenza di titoli e didascalie a corredo delle singole opere, sebbene la loro comprensione risulti comunque intuitiva.
Volendo vedere il lato positivo della cosa, l’assenza di specifiche dettagliate lascia senza dubbio un margine più ampio all’interpretazione soggettiva e induce il visitatore a soffermarsi davvero e soltanto su ciò che ha davanti per comprenderne il messaggio e, allo stesso tempo, a unirsi a quell’idea di movimento continuo che l’esposizione vuole suggerire.









