Che Disastro di Commedia (recensione)

 

Che Disastro di Commedia
m&s - Che Disastro di Commedia (foto © media & sipario)

Dopo ogni replica, la spesa più importante che gli attori sostengono è in cerotti. È infatti "abbastanza" difficile che riescano a chiudere il sipario senza aver collezionato qualche nuovo livido!

Il titolo originale è “The play that goes wrong” ed è stabilmente in scena al Duchess Theatre (nel West End londinese), da alcuni anni. La versione italiana ha già ricevuto gli applausi da decine di migliaia di spettatori e sembra intenzionata ha proseguire su questa (tortuosa) strada comica, almeno fino ad esaurimento fisico degli interpreti, o loro sostituzione (che in alcuni casi è già avvenuta, ma fortunatamente sempre per altri impegni poi sopraggiunti).

Il racconto si colloca sulla scia delle stesse atmosfere dei "39 scalini" di Patrick Barlow e, ancora più calzante, di "Rumori fuori scena" di Michael Frayn, testi britannici dove allo spettatore non viene lasciata tregua e all'interprete è richiesta una perfetta forma fisica per riuscire ad arrivare non in debito di ossigeno fino alla fine, ma anche per sopravvivere alle mille complicazioni con cui i perfidi autori hanno riempito, divertendosi, il copione. E questo senza voler scomodare l'innesto del "teatro nel teatro" de "Il Mistero dell'Assassino Misterioso" di Lillo & Greg. Adesso sarà quasi impossibile riportare come citazione "seria" l'omaggio che abbiamo percepito a "The Phantom of the Opera" di Andrew Lloyd Webber. Ma la percezione potrebbe comunque essere stata solo la nostra, ostinati webberiani.

Tornando al racconto, una sgangherata compagnia teatrale italiana (la Cornley Polytechnic Drama Society si è trasformata nella Sant'Eufrasio Piedimonte) riesce a mettere in scena un classico dramma poliziesco di matrice anglosassone, nel quale un investigatore (evitiamo di citare "Mousetrap" di Agatha Christie, anche perché il personaggio del detective ricorda più il Clouseau di Peter Sellers) deve riuscire a smascherare il colpevole di un "efferato", perché è sempre così, delitto. In realtà quello che va in scena è il tentativo di un branco di guitti (interpretati da bravi e tonici performer teatrali) di portare a casa l'applauso del pubblico, malgrado i tanti "accident" che accadono, ovviamente tutti esilaranti, specialmente (o esclusivamente) per chi li guarda comodamente seduto nella poltrona della sala.

Nella malcapitata serata non c'è nulla che va come dovrebbe: portate in faccia, sostituzioni improvvise, effetti che non arrivano quando dovrebbero, la scenografia che, inesorabilmente, cade a pezzi e molto altro ancora. In realtà la commedia, quella "vera", ticchetta perfettamente come un buon orologio, ma sarebbe anche difficile accorgersi di qualcosa che non ha "veramente" funzionato, visto che non funziona niente! I primi intoppi nascono mentre il pubblico si accomoda in sala, con i "tecnici" alla caccia di un cagnolino, poi la ricerca si estende anche ad un cd smarrito dei Duran Duran, fino a coinvolgere qualche spettatore per "sistemare" la scenografia. Tutto questo ancora prima che lo spettacolo abbia inizio.

Al racconto "poliziesco" si sovrappone immediatamente, già dall'apertura del sipario, il dramma di una replica nata storta, molto storta, alla quale manca solo o un'alluvione o un terremoto perché il disastro sia totale (abbiamo la certezza che Jonathan Sayer, Henry Shields e Henry Lewis, autori del testo originale, non leggeranno mai questo "suggerimento", anche perché in questo momento sono impegnati con la nuova "The Comedy About A Bank Robbery", in scena al Criterion Theatre di Londra). Inutile voler provare a dipanare il "mistero", a noi spettatori non rimane che abbandonarci alle risate, giocando con il nostro perfido piacere di intuire cosa capiterà poi ai poveretti impegnati sul palcoscenico. 

Un lavoro di intrattenimento puro, volutamente esagerato come un fumetto o come le comiche del cinema muto, ma messo in scena con la massima attenzione e rigore, senza lasciare veramente nulla all'improvvisazione, con il regista Mark Bell che segue costantemente e maniacalmente tutti gli adattamenti portati fuori dall'Inghilterra. Finora, T.P.T.G.W. è stata licenziata in 20 paesi e porta nelle sale un prodotto adatto a tutti, per famiglie con bambini (se ci sono ridono veramente di cuore), che possono così iniziare a prendere confidenza con il grande piacere offerto dal teatro, e questo non è sicuramente un disastro, tutt'altro.

"Che disastro di commedia" trasmette, divertendo, un messaggio di affetto per le tante compagnie, passionali o professioniste poco conta, che, malgrado le Leggi di Murphy - che in questo caso si è disinteressato di qualsiasi altra cosa per concentrarsi qui (cit.) - continuano sera dopo sera ad andare in scena, costi quel che costi. Ogni piccolo o grande "disastro" verrà poi cancellato dall'applauso finale del pubblico. Anche perché i cast  (artistico e tecnico) hanno sempre la certezza che la serata più storta sarà sempre quella successiva. E' l'incoscienza di chi ama questo mondo. Dopo basta solo passare in farmacia.

AB Management
Opera Prima
presentano
CHE DISASTRO DI COMMEDIA
di Jonathan Sayer, Henry Shields e Henry Lewis
traduzione Enrico Luttmann
con Luca Basile, Alessandro Marverti, Valerio Di Benedetto, Yaser Mohamed/Matteo Cirillo, Marco Zordan, Stefania Autuori, Viviana Colais
e la partecipazione di Gabriele Pignotta
scene Nigel Hook, riprese da Giulia De Mari
costumi Roberto Surace, ripresi da Francesca Brunori
musiche Rob Falconer
disegno luci Marco Palmieri
regia Mark Bell
durata 105 minuti, escluso intervallo (o ulteriori disastri)

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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