Chiamatemi Mimì (recensione)

"Chiamatemi Mimì" è il canto a due voci di una fragile esistenza che avrebbe meritato (e voluto) solo rispetto

m&s - Marco Morandi e Claudia Campagnola in Chiamatemi Mimì
m&s - Marco Morandi e Claudia Campagnola in Chiamatemi Mimì (foto © media & sipario)

Claudia Campagnola e Marco Morandi non sono nuovi a prove di questo genere: citiamo come esempio il Chi mi manca sei tu! dedicato a Rino Gaetano, testo e regia di Toni Fornari. E rendere omaggio ad un'altra grande protagonista della musica leggera italiana è sicuramente un impegno non semplicissimo da sostenere, ma d'altra parte non si possono sempre mettere in scena spettacoli "normali", perché verrebbe a mancare il gusto della sfida, la prima in assoluto con sé stessi. In più questa particolare sfida è stata resa ancora più complessa dalla preparazione dello spettacolo, costruito durante il lockdown, quindi senza la possibilità di avere confronti diretti e con le prove affrontate solo in "virtuale".

"Chiamatemi Mimì" è una miscela tra parola e strofa che si amalgama in un biopic intenso e coinvolgente, scritto e molto desiderato da Paolo Logli (autore anche di "Un attimo prima"). Claudia Campagnola racconta la vita di Mia Martini e Marco Morandi ne interpreta le canzoni, e non stiamo scherzando! Abbiamo assistito ad una convincente (e coraggiosa) inversione di ruoli scenici, con una ulteriore "inversione dell'inversione" per la sola "Cu' mme". Tutti gli altri brani, noti al punto che è difficile resistire e non fare il controcanto, sono stati riarrangiati e riadattati per voce maschile (chitarra e pianoforte), con un lavoro così espressivo che ci si chiede come mai nessuno lo abbia pensato prima, forse perché nessuno è stato così temerario come Marco Morandi.

La suggestione del racconto di vita è rimasta la stessa, come è identico il delicato approccio con cui l'aspetto biografico è stato passato al pubblico del debutto assoluto. Mimì si racconta in prima persona, senza rimpianti, fa con rassegnazione e molta dignità il resoconto amaro del suo percorso di vita, fatto di successi musicali, ma anche di tanta solitudine personale (non ci si deve fidare dei poeti) e gratuita cattiveria, totalmente incomprensibile dopo che si ha letto "La patente" di Pirandello. E Claudia Campagnola è attenta nel gestire sorrisi e sguardi, sempre velati di sottile melanconia. Il tono di voce che sale, nei momenti di esaltazione che coincidono con il "palco", e scende quando si affronta il privato.

Gli uomini non cambiano / Prima parlano d'amore / E poi ti lasciano da sola / Gli uomini ti cambiano / E tu piangi mille notti di perché

Lo spettacolo alterna, quindi, momenti di vita artistica, compresi gli esordi con il classico viaggio della speranza discografica a Milano di Mimì assieme alla madre, a momenti più personali. Come tutti i racconti biografici, anche delle persone più comuni, c'è spazio per il sorriso (il bisticcio stradale nel traffico romano con protagonisti la sorella Loredana e Renato Zero) e per la melanconia, il sentirsi sola e i complessi rapporti affettivi (suggeriamo l'attenta lettura del testo de "Gli uomini non cambiano"), il tutto reso ancora più difficile da quello che - visto sempre da fuori - sembra così affascinante, quel mondo dello spettacolo maggiormente avvezzo a triturare tutto e tutti, senza mai battere ciglio. Lo è stato ieri, lo è oggi e probabilmente lo sarà sempre. Non si raggiunge il "successo" senza correre rischi, peccato che l'avvertenza non sia così visibile come il "nuoce gravemente alla salute" o similare stampigliato su ogni pacchetto di sigarette.

Una donna giustamente padrona del palco, con una vocalità importante, dal timbro sempre riconoscibile, sentimentale quando serve e allo stesso tempo aggressiva, alte doti interpretative che ne suggellano il ricordo e l'affetto del pubblico ancora oggi (è scomparsa da 25 anni), ma allo stesso tempo un animo molto fragile, troppo per un ambiente che non fa mai sconti, "un vaso di coccio in mezzo a tanti vasi in ferro" (cit.), nel caso di Mia Martini una piccola bomboniera in porcellana che avrebbe meritato molto più rispetto da chi aveva saputo trasformare "Minuetto" da semplice canzone a normale impostazione del proprio ménage quotidiano.

Se nel mondo della musica al femminile ci sono state Amy WineHouse, Janis Joplin, Whitney Houston, esistenze fragili dalla voce incredibile, spezzate dall'essere state "ascoltate" solo quando cantavano e non nelle loro necessità "altre", fortunatamente c'è stata anche Aretha Franklin e ci sono Cher e Tina Turner (e auguriamoci che ci siano ancora per molto), perché non è mai la musica la colpa, casomai una consolazione, ma a volte non sufficiente. Mia Martini è sempre riuscita a risorgere, anche da se stessa. Magari se avesse avuto quell'ascolto in più, è possibile che avrebbe scampato alla sua "condanna in tre/ottavi". Ma questo noi non lo potremo sapere mai.

Palco Reale
presenta
CHIAMATEMI MIMI'
di Paolo Logli
regia Norma Martelli
con Claudia Campagnola e Marco Morandi
arrangiamenti Marco Morandi
produzione Palco Reale
durata circa 75 minuti, intervallo escluso

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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