Un racconto teatrale fatto di sfumature, evidenti e non. Un successo, ma anche una prova d'attore per chiunque osi cimentarsi con la galassia di personaggi che orbitano attorno alla figura di Pasquale Loiacono, l'anima in pena.
L'inetto uomo, dopo aver tentato senza successo di assicurare a sé e alla moglie (l'anima perduta) un minimo di stabilità, si è ridotto a vivere di espedienti, quando improvvisamente arriva quello che pensa essere un "meritato" colpo di fortuna, un giusto riconoscimento se non altro per la sua buona volontà e "intraprendenza". Riceve il bizzarro incarico di abitare - gratuitamente e per cinque anni - in un signorile palazzo seicentesco. In totale 18 camere e 68 balconi dai quali, ogni giorno, dovrà affacciarsi, mostrandosi allegro e cantando, sfatando così la leggenda metropolitana che il prezioso appartamento sia abitato da fantasmi. Chi non conosce l'opera, però, non si faccia illusioni: siamo lontanissimi dalle atmosfere dell'altro capolavoro, cinematografico, "Fantasmi a Roma", filmato e firmato da Antonio Pietrangeli nel 1961 e affollato dai più grandi attori del cinema di allora (e forse di sempre).
Pasquale si predispone al suo lavoro quotidiano, pregustando i denari che gli pioveranno in tasca, affittando le stanze libere ai tanti turisti che affollano Napoli, ma... perché c'è sempre un "ma" in un racconto teatrale, un "ma" non svelato, ma solo intuito contro cui si arenano i sogni di chi ha tante idee ma anche poche capacità. "Questi fantasmi" è incentrato su tre parole, pesanti come macigni: povertà, fame e dignità.
Si tratta del tragicomico racconto di vita del "povero" protagonista. "Povero" in diverse accezioni: "anima in pena", come scrive il (più) grande drammaturgo napoletano nel suo copione, ma anche "povero" infelice che percorre la propria esistenza, cercando di sopravvivere alla miseria del suo spirito. Pasquale è "povero" ingenuo (o forse lo siamo noi nel pensarlo così), perché preferisce credere all'esistenza dei fantasmi, pur di riempire a vario titolo la pancia, visto che tutto ruota attorno all'atavica "fame" della "povera" gente, concetto fondante da padre Scarpetta in figlio De Filippo. Una fame che fa chiudere gli occhi anche davanti a delle ovvie spiegazioni, perché "finché lo stomaco è pieno non ci si deve domandare di chi sia la mano che riempie il piatto".
Ma se anche Bertold Brecht affermava che la "morale viene dopo lo stomaco", non ci si deve stupire se Pasquale accetta di credere che lo "scheletro che esce dall'armadio" sia un'anima eterea, in luogo del corpo reale e dei baci appassionati di Alfredo, l'amante della moglie Maria, che Pasquale ama profondamente, ma senza rendersi conto che la vita che le offre non è propriamente quella desiderata. O è più probabile che si accontenti della situazione, mettendo - come in tutti i rapporti in crisi - sé e solo sé davanti a tutto, anche all'evidenza dei fatti.
Il particolare compromesso di vita, molto pirandelliano, viene raccontato all'essenziale, ma invisibile professore Santanna (anima utile ma che non compare mai in scena: un altro fantasma?), "l'occhio del mondo" dirimpettaio che non capisce certi piccoli gesti irrinunciabili di profonda felicità, come quello di prendere, con relativo e dotto commento, il caffè. Un vero e proprio rito che non possiamo definire semplicisticamente partenopeo, così come non lo sono le opere di De Filippo, veri e propri gioielli della cultura contemporanea.
In questa sua messa in scena per il XXI secolo, Mario Antinolfi (regista) asciuga appena l'opera eduardiana per renderla più godibile da parte di un pubblico giovane e contemporaneo, o comunque poco avvezzo al "classico". Il risultato è più che apprezzabile: si guadagna un nuovo spettatore grazie alla giusta velocità impressa al racconto, ma senza comunque rinunciare al rigore scenico e al corretto tributo al grande Maestro. Efficaci e ben realizzate le scene, di particolare pregio il fondamentale balconcino, in parte la compagine artistica, con un punto in più per l'anima perdente per eccellenza interpretata da Carla Schiavone. Maria è perdente perché ha perso il marito, anche se in realtà è successo già da molti anni, ma ha perso anche la possibilità di una vita serena, costretta tra visioni di amore e la propria dignità, sentimenti che cozzano in maniera stridente tra loro.
Pasquale è ambiguo, a volte indisponente, e mostra il suo meglio (o il suo peggio!) nella richiesta "commovente" fatta ad Alfredo, da balcone a balcone, vendendo quel poco di dignità che poteva essergli rimasta. Dignità che il personaggio, messo di fronte agli spettri del suo essere, continua a perdere, fino all'epilogo nel quale annuncia al professore l'uscita di scena del fantasma, che però è ancora una volta atteso, ma sotto altra forma. La "povera" gente preferisce credere più ai fantasmi che alla realtà, ma questo solo in teatro è permesso, nella vita reale è tutta altra cosa.
Attori e Company
presenta
QUESTI FANTASMI
di Eduardo De Filippo
con Mario Antinolfi, Carla Schiavone, Filippo Valastro, Nicola Paduano, Riccardo Feola,
Ernesta Sciarrillo, Raffaele Coppola, Silvia Marazzi, Carolina Scardella, Massimo Tozzi
regia e direzione artistica Mario Antinolfi
assistente alla regia Priscilla Baldini
musiche a cura di Roberto Antinolfi
impianto scenico di Eleonora Scarponi - Hector Arocha
costumista Antonietta Corrado
scene, scenotecnica e costumi Attori e Company Lab.
tecnico audio e luci Francesco Barbera
durata 2 ore, esclusi intervalli (3 atti)








