La scena si apre su di un monolocale, una stanza squallida, buia e disordinata dove indoviniamo la presenza di un corpo a terra, avvolto da una sorta di sudario. L’arredo è costituito da un unico divano che ha sicuramente visto giorni migliori. Attorno molte bottiglie vuote e sporcizia. Da questo ambiente emerge - letteralmente - la figura di un ragazzo (Turi Moricca), unico protagonista della pièce e narratore in prima persona della sua vicenda personale e, per questo, presentata con un'ottica totalmente soggettiva. Non abbiamo la percezione di un nome o di una nazionalità, particolari che tra l’altro non sono nemmeno così importanti, come non ne abbiamo per chi è “oggetto” del soliloquio: quell’amore perduto che non può che evocarci un grande testo, forse irraggiungibile, almeno per sintesi e poesia.
L'amore che strappa i capelli / È perduto ormai / Non resta che qualche svogliata carezza / E un po' di tenerezza / E quando ti troverai in mano / Quei fiori appassiti / Al sole d'un aprile / Ormai lontano, li rimpiangerai - Fabrizio De André, 1966
Il ragazzo si agita nel suo monolocale, semi vestito (fondamentale la giacca di pelle che indossa, quasi una coperta di Linus), mangia convulsamente patatine e lecca lecca e sembra aggirarsi alla ricerca di qualsiasi altra cosa da fare, un motivo per essere mentalmente impegnato, per non pensare continuamente e costantemente a “lui”, a quell’uomo - ce lo immaginiamo (chissà perché) molto più adulto del protagonista - che lo ha abbandonato, forse in conclusione di una storia sbilanciata e non ancora sedimentata.
Il giovane sembra aver sicuramente conosciuto momenti migliori, ha le gambe piene di segni e di lividi, cita lo "Zoo di Berlino" e il nostro ricordo non può obbligatoriamente che andare molto indietro nel tempo, a quella stessa città negli anni '70 e a quella adolescenza totalmente abbandonata a sé stessa, gettata addosso a chi leggeva (o guardava) da Christiane F.
Fortunatamente e ottimisticamente il nostro racconto ha un'altra strada narrativa da mostrarci.
Nel ragazzo persiste un atteggiamento comune a molti altri. Ci sembra un ex adolescente abbandonato, che si è completamente donato ad un amore che non è mai arrivato ad essere un rapporto tra pari. Da una parte, continuiamo ad immaginare, c'è un rapporto soffocante che per questo non riesce ad alimentarsi e sopravvivere, dall'altra un interesse che non è mai diventato amore, forse nemmeno attrazione sessuale.
Turi (ci permettiamo l'uso del nome dell'attore) ha con sé solo una guida della città dove dovrebbe trovarsi, una guida di Berlino tra il 1988 e il 1989, periodo fondamentale non per il turismo ma per la storia contemporanea e che sembra stridere - per la sua importanza e conseguenze sullo scenario politico globale - con l’apparente banalità di un rapporto affettivo che si è definitivamente concluso. Come ogni persona innamorata, il ragazzo non ha il minimo interesse per il mondo che scorre intorno a sé, occupato e coinvolto solo dall’emotività del suo vissuto personale. Comprensibile, accettabile e sicuramente atteggiamento comune alla maggioranza dei più. Così come il modo con cui "abusa" del suo corpo, graffiandosi con insistenza le gambe, oppure cercando sollievo con un gesto di autoerotismo, difficile da ottenere se il cervello decide di non impegnarsi.
Sullo sfondo abbiamo Berlino, una città che non è mai solamente scenografia, che entra come protagonista assoluta del testo di Jashés. Lo fa con il fascino stesso che deriva dal suo essere stata “prima attrice” del XX Secolo e, come ogni prima donna, l'essere in grado, anche senza sgomitare, di sottrarre spazio vitale, di rubare la scena. Il racconto del ragazzo, con il passare del tempo, si indebolisce in un continuo lamento adolescenziale, al quale manca però il sostegno della seconda voce: quel vivace contraddittorio tra i due amanti che avrebbe potuto trasformarsi in un conflitto senza fine o in pace e riconciliazione, come la città che lo ospita, “vissuta come proiezione del sentimento tra realtà oggettiva e immagine ideale", ma anche molto, a tratti eccessivamente, ingombrante.
Quartieri dell'Arte
presenta
BERLINO NON È TUA
di Alejandro Moreno Jashés
traduzione di Gian Maria Cervo e Alberto Pichardo y Gallardo
regia di Alessio Pizzech
con Turi Moricca
produzione Sicilia Teatro
durata 70 minuti escluso intervallo









