Il duo Pistoia & Triestino è ormai una garanzia. Se anche qualcuno avesse dubbi e non riuscisse ad assistere ad una delle loro rappresentazioni, basterebbe rimanere fuori dal teatro, mentre gli spettatori escono per tornare a casa ed ascoltare gli scambi di battute, come abbiamo fatto noi. “Non conoscevo la trama, ma ho visto in cartellone i lori nomi e sono venuto”, oppure “Non mi deludono mai”. Ed anche “Lo sapevo, loro due sono una garanzia!”. In effetti, quel quid in più ad una piacevole commedia di classico intreccio francese, che ha nel suo background due film di grande successo (“L’ emmerdeur” di Molinaro con Lino Ventura e “Buddy Buddy” di Billy Wilder con Jack Lemmon e Walter Matthau), è proprio la coppia dei due protagonisti italiani che, come per “La cena dei cretini”, firmano anche la regia.
Al Mama Souiri Hotel di Marsiglia giungono due ospiti che occupano altrettante camere comunicanti; François Pignon (Nicola Pistoia), la maschera veberiana già conosciuta nella “cena” e un prete (Paolo Triestino). Il primo è un agente immobiliare depresso, arrivato in albergo con l’intenzione di “porre fine ai suoi giorni” perché i tentativi di riconquistare Louise (Loredana Piedimonte), la sua “micetta”, l’amore della sua vita, scippata dalle sue braccia dal medico psichiatra Antoine Martin (Antonio Conte) non sortiscono nessun effetto; l’altro non è realmente un prete di origine russa, bensì un sicario di nome Igor Blokin che vuole porre fine ai giorni del superpentito Jack Farina, che salirà le scale del Palazzo di Giustizia proprio a tiro della finestra del suo piano. E’ il suo ultimo lavoro prima della meritata pensione. Un implacabile cecchino che si presenta a Pignon come Padre Nureyev. Peccato che salvare la vita allo stralunato e depresso ometto - per evitare di trovarsi la stanza piena di poliziotti che si mettano a fare domande scomode - travolga letteralmente Igor in una serie di eventi che porteranno a… un finale che ovviamente non possiamo svelarvi, ma che sicuramente lascerà il pubblico a bocca aperta dalla sorpresa.
Il ritmo della commedia è costante e comincia appena Nicola Pistoia appare in scena nelle nelle vesti di Pignon (anche ribattezzato Frignon). Con il suo fare indolente e stralunato pare, come già lo avevamo più volte definito, un personaggio disegnato che si stacca dalle pagine di un libro illustrato e che ingenuamente passeggia per il mondo reale con stupore e candore. Un moderno Paperoga, se volessimo rimanere nell’ambito disneyano, che si interfaccia con altri esseri viventi stupendosi del fatto che non lo riescano a comprendere fino in fondo.
Dal cameriere di origine araba Abdelazziz (un divertentissimo Matteo Montaperto) che lo salva dal primo misero e forse non convinto tentativo di suicidio alla sua “micetta” Louise; dal Dottor Martin al suo improbabilissimo vicino di stanza sembra che nessuno riesca ad ascoltare completamente la voce di questo insicuro e logorroico innamorato che cerca fondamentalmente la vicinanza e il conforto umano. Conforto e vicinanza che trova incredibilmente in una persona che solitamente non alimenta i sentimenti, ma li uccide letteralmente, il sicario Triestino. Considerato l’affiatamento dei due, siamo sicuri che questo avvenga anche nella vita di tutti i giorni, data anche la complementarietà dei due: tanto uno appare aereo (Pistoia) quanto l’altro preciso e rigoroso (Triestino). Anche i costumi (di Lucrezia Farinella) aiutano ad identificare in questo modo i personaggi, soprattutto pensando al contrasto tra il caftano coloratissimo di Pignon e la divisa nera di Padre Nureyev-Igor che è tra l’altro - in un gioco sottile, ma apprezzabilissimo - un travestimento nel travestimento.
L’ambientazione di Francesco Montanaro (già scenografo di “Ben Hur”, quanto di “Muratori” e di “Grisù, Giuseppe, Maria”) rende appieno il messaggio sotteso a tutta la commedia: non sempre quello che appare è ciò che è in realtà: un albergo a 4 stelle può non essere propriamente all’altezza della situazione, così come un sicario può celare nella custodia del fucile una bontà d’animo inaspettata. Sicuramente efficace e funzionale alla scena (e alla risata soprattutto) la parete del fondale con le due finestre dalle quali si indovina il cornicione. Una sorta di paravento che invece di far intuire uno spogliarello cela l’immagine di un esilarante salvataggio che non va necessariamente visto per essere apprezzato; per citare una nota pellicola del 1959 che amiamo molto (Operazione Sottoveste): “... non indagare come lo fanno, ma goditi il risultato!”.
Plauso anche agli altri attori presenti che rendono, con la singola caratterizzazione del personaggio, la commedia una pièce “corale”: Louise è una “micetta” che ha trovato nella determinazione della Piedimonte la giusta emancipazione; Abdelazziz è un arabo esilarante grazie anche al phisiq du role di Montaperto; Conte è un perfetto medico francese presuntuoso e Sardelli è l’archetipo del poliziotto pasticcione. 90 minuti senza intervallo che scorrono tra risate e musica arabeggiante e che fanno uscire da teatro con il desiderio di sostituire il “rompiballe” della nostra vita (tutti ne abbiamo uno!) con quello di Veber: sarà pure fastidioso, ma sicuramente dal cuore d’oro.
IL ROMPIBALLE
di Francis Veber
traduzione Filippo Ottoni
con Paolo Triestino, Nicola Pistoia, Antonio Conte, Loredana Piedimonte, Matteo Montaperto, Alessio Sardelli
scene Francesco Montanaro
costumi Lucrezia Farinella
luci Alessandro Nigro
regia Pistoia & Triestino
ufficio stampa Maya Amenduni
durata 1 ora e mezza senza intervallo








