Teatro. Sipario aperto. Un attore, solo, sul palco, sta declamando dei versi. Ovviamente è un monologo. Squilla un cellulare in platea. L'attore volge lo sguardo verso il trillo fastidioso ma indossa una maschera di imperturbabilità su quella da monologhista e continua (faticosamente) da dove il trillo lo ha interrotto. Altri versi, pathos, concentrazione.... Altro squillo. L'attore, tolta la maschera imperturbabile, scende in platea apostrofando il distratto e iper-connesso spettatore e, preda dell'enfasi, dà una piccola spinta all’uomo-trillo. La spinta fa "rovinare" lo spettatore addosso ad un altro che subendo il torto reagisce. Risultato: una tragedia. Peccato che il monologo avesse risvolti comici.
Non è successo (o meglio, non così) se non nella mente di Andrea Lupo che torna sul palco, dal vivo, post covid, immaginando di dover produrre al tribunale un certificato di temporanea incapacità di intendere e volere per evitare le querele degli spettatori feriti e dal teatro lesionato a causa della sua incapacità di autocontrollo. Peccato che l'avvocato Rossi lo diriga verso la Dottoressa Mara Di Maio, pregiatissima lumjnare e specialista nel trattare i pazienti come cani.
Che sarà mai per lei avere a che fare con un "lupo"?
La dottoressa Di Maio, certa di poter aiutare il malcapitato Andrea, comincia una visita surreale che parte dalla fatidica domanda: “Lei, che lavoro fa? Cosa? L'attore? No, dico sul serio… che lavoro fa?” E parla spesso da solo?” “Ma sono monologhi!!!”
Attraverso test, analisi dell’interpretazione delle macchie di Rorschach – che in realtà assomigliano di più a quelle di Art Attack – domande a trabocchetto ai danni del povero attore che estrinseca tutta la sua frustrazione, si sviluppa questa commistione tra copione e improvvisazione che strizza l’occhio alle commedie americane degli anni ’60 o ad un simpatico ribaltamento (con le dovute distanze) di “Tutte le manie di Bob” (film divertentissimo del 1991 di Franz Oz con Bill Murray) nel quale Bob infrangeva tutte le regole di distanza tra medico e paziente. Non c’è il lettino, sostituito da una più comoda sedia, ma c’è l’archetipo della Dottoressa dai capelli raccolti, elegante ed impassibile, che osserva il paziente dall’alto della sua integrità e nel pieno potere decisionale dell’altrui sanità mentale. E mentre si sgretola l’amor proprio e la mania di protagonismo dell’attore, si ingrandisce e si realizza quella della dottoressa.
Andrea Lupo porta in scena un quadro teatrale frizzante e divertente che, giocando a rimpiattino con gli stereotipi della psicoanalisi e le nevrosi quotidiane (dell’uomo come dell’attore), prende il via dalla sitcom ideata e trasmessa in streaming durante la “quarantena culturale” del Covid 19. Nelle brevi e divertenti strisce social Lupo (novello Woody Allen) veniva interrotto da interferenze video della Dottoressa Di Maio che approfittava dello “spazio” trovato per “raccattare” un paziente anche dove il paziente non c’era e mettendo Lupo davanti a problemi che neppure lui sapeva di avere. Ma d'altronde come trovare soluzioni senza avere prima il problema? Circa cinquanta minuti di risate “salvifiche”, quasi catartiche, che mescolano pensieri “Ehi, ma capita anche a me!” con altrettanti “Oh poveretto!” mentre si assiste a quella che sembra essere la puntata teatrale “zero” di una serie oppure il preludio di un più costruito racconto teatrale.
Bravi e affiatati i due interpreti mantengono un ritmo serrato per tutta la durata dello spettacolo, enfatizzando il gioco di specchi rovesciati. Tanto cade nell’esaurimento lui, con un notevole dispendio di energie fisiche e fisiognomiche, quanto rimane nell’aplomb lei, concedendosi solo qualche piccola ed elegante risata.
ESAURIMENTI DI UN UOMO RIDICOLO
di Andrea Lupo
con Andrea Lupo e Mara di Maio
produzione Teatro delle Temperie
durata un atto unico di circa 55 minuti


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