Trascendi e Sali (recensione)

Quando "Trascendi" e "Sali" sul palco, il risultato è sempre un grande spettacolo. Se lo fa Alessandro Bergonzoni anche di più

m&s - Alessandro Bergonzoni in scena (foto © media & sipario)

Sul palcoscenico, nel limitare destro, una “pensostruttura” e tu, seduto tra il pubblico, al solo sentirla definire così, trasali. E trasalendo ti chiedi per caso se non ci sia qualcosa di sbagliato, perché il titolo dello spettacolo dell'autore, scrittore, artista, comico (ma in un'accezione estremamente varia del termine) di origine bolognese è "Trascendi e sali" non "trasali e scendi". E scendi poi da dove? Dalla poltroncina del Teatro nel quale stai assistendo alla messa in scena? Ma è una messa in scena? E perché poi dovrebbe essere una messa? E le altre religioni? E chi è l’officiante?

Alessandro Bergonzoni piuttosto dovrebbe scendere dalla pensostruttura, considerato anche che, all’inizio dello spettacolo, l’unica parte che vedi dell’artista sono i piedi, che percorrono il piano superiore del trabattello illuminato. Avanti e indietro, da destra a sinistra e ritorno: avanza e torna sui suoi passi, probabilmente solo per riprendere le fila del discorso iniziato e rispondere alla già tante domande che si sono inserite, una dopo l’altra, nel tuo cervello, tanto da farti perdere il filo del discorso. Ma quale discorso? Quello sui migranti? Sta dicendo che l’Italia non sa ancora se fare una raccolta di migranti… E nel caso, bisognerà farla differenziata? "Metterli nella carta, in questo caso “stampata”? Nel vetro? Cioè nelle televisioni? O metterli dell’organico? Terra o mare?"

Avanti e indietro, indietro e avanti, Bergonzoni si muove come un ragno che tesse la tela attorno ai tuoi interrogativi per “intrappolarti” nel suo pensiero cercando di stimolare il tuo, muovendosi come un funambolo in equilibrio tra semantica e semiotica, in una forma di spettacolo che, al culmine degli oltre 25 anni di vita artistica, sta diventando sempre più provocatorio e assume una nuova sfaccettatura: i concetti diventano sempre più “lunghi”, senza interruzioni e senza pause per non dare nessuna possibilità di “cedere” alla pigrizia “mentale”. Una pigrizia mentale che ha sempre contrastato anche nel sonno. “Ai vostri figli raccontate favole per farli rimanere svegli, non per farli addormentare".

E' sferzante e ti porta a ridere, a pensare, a stupirti, delle cose, ma anche di te stesso, di come la tua mente riesca a seguirlo nei suoi “voli pindarici”, guidata dalla voce affabulatrice, modulata in modo da enfatizzare una parola in luogo di un’altra. Ti sorprendi, come “...l’anziano che ha sorpreso un ladro in casa. Lo ha sorpreso ballando per tre ore nudo sul tavolo. E il ladro se n’è andato senza rubare niente, in un caso di veemenza senile”.

L'artista impiega un quarto d’ora a scendere dalla pensostruttura, ma così facendo, in un’inversione surreale di situazione, ti porta sempre più in alto, usando la base, la terra, la realtà, sulla quale poggia i piedi per, come afferma lui stesso, “scavare in alto”. “Penso spesso!”, dice. E tu, oltre a ridere per le battute che comunque costellano il lungo monologo, ti chiedi, cercando una pausa tra un concetto e un altro (ma non ce ne sono), se effettivamente pensi spesso, ma non nel senso di avverbio di tempo, bensì di aggettivo qualificativo: spesso, come alto, stratificato come “...allarga il pensiero, stratificalo, cambialo, non accontentarti”.

E tu non ti accontenti, perché più che essere contento che il monologo termini, ma non nella stazione romana, tenti di richiamare Alessandro Bergonzoni sul palco, che esce dalle quinte, che sono anche seste e settime e torna davanti al pubblico, perché dietro non sarebbe la stessa cosa e continua il discorso precedente che sembrava finito ed invece è infinito, perché basta ricominciare a tessere la tela o semplicemente seguire il suo esempio e stratificare, stratificare, stratificare, senza soluzione di continuità teatrale.

TRASCENDI E SALI
di Alessandro Bergonzoni
con Alessandro Bergonzoni
scene Alessandro Bergonzoni
regia Alessandro Bergonzoni e Riccardo Rodolfi

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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