Simone è uno studente romano come tanti, ogni mattina prende un autobus, affollato di umanità, che attraversa la Capitale per portarlo alla sua scuola. Quella normalità condivisa da milioni di altri ragazzi, da settembre a giugno. Ogni mattina Simone passa per una piazza e guardando fuori dai larghi finestroni del mezzo pubblico si chiede: "Ma chi sarà questo Giuliano Dalmata?".
Il cognome del nostro protagonista adolescente è Cristicchi e scoprirà anni dopo che la piazza non è intitolata ad una singola persona, ma si ricordano così circa 350.000 poveri disgraziati cui in un attimo, senza essere interpellati, venne cancellata l'identità. Quelli che hanno potuto poi raccontare quanto successo possono anche ritenersi i più fortunati, perché sono stati privati di tutto, ma almeno non della vita.
E' con questo incipit, unito ad una solidissima preparazione storica , che si sviluppa "Esodo", uno dei due spettacoli (l'altro è Magazzino 18, sostanzialmente differiscono solo per l'allestimento e non per il tema) che il narratore teatrale Simone Cristicchi ha inteso dedicare al dramma patito dagli esuli istriani, fiumani e dalmati, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Una complessa vicenda del Novecento mai abbastanza conosciuta e, se possibile, resa ancora più straziante dal fatto che la sua memoria è stata affidata non a un imponente monumento, ma a tante, piccole, umili testimonianze che appartengono alla quotidianità. Il 10 febbraio 1947, con la firma del "Trattato di Parigi", la perdente Italia dovette lasciare vasti territori dell'Istria e della fascia costiera alla vincente Jugoslavia, circa 350 mila persone non ebbero altra scelta se non quella di abbandonare i luoghi dove erano nati, dove avevano sempre vissuto, dove avevano fondato nuclei familiari e attività economiche. Nel giro di un nulla, il tempo di tracciare una linea di demarcazione su una carta geografica, la casa come punto di memoria (cit.) e le radici di tanta povera gente vengono spazzate via, inghiottite dalla politica.
Siamo partiti in un giorno di pioggia / Cacciati via dalla nostra terra / Che un tempo si chiamava Italia / E uscì sconfitta dalla guerra / Hanno scambiato le nostre radici (da "Magazzino 18", contenuta in "Album di famiglia" del 2013)
Campagne, botteghe e negozi vengono abbandonati, i mobili si smontano perché nulla deve essere lasciato indietro, nemmeno un chiodo. Quello che non si riuscirà a portare con sé trovera spazio in un ulteriore e anonimo sacrario della vergogna, quel Magazzino 18, al Porto Vecchio di Treste, che è diventato il titolo dell'altro testo che Cristicchi ha dedicato a questa forma così particolare di sua e nostra memoria storica. Nel singolare "archivio" si lasciano sedie, armadi, materassi, letti e stoviglie, fotografie, giocattoli, ogni bene comune nello scorrere di tante vite interrotte dalla storia e dall'esodo. Tutto quello che si può, di valore o meno, si carica su carretti di fortuna - i più abbienti in macchina - e si va via, verso le braccia "ospitali" dell'Italia. Peccato che queste braccia non siano poi state così ospitali, tutt'altro.
La nazione distrutta dal fascismo e dalla guerra non è affatto disponibile a privarsi di pane da destinare ad altre 350.000 bocche; sono uomini, donne, vecchi e bambini che non vengono riconosciuti come cittadini italiani, ma considerati "stranieri" (e quindi? quale sarebbe la differenza? sono affamati e sono stati cacciati dalle loro case). Per i disperati "residenti" sono degli ulteriori occupanti che vengono a casa nostra, dove nessuno li ha richiesti e dove nessuno li vuole. Non si sa ancora o non si vuole sapere che tra il 1943 e il 1947 un numero mai ben precisato (ma anche uno solo sarebbe già troppo) di italiani sono stati massacrati e gettati nelle foibe, si tratta di qualche migliaio. Nessuno sa o non vuole sapere che "comportamenti" non così sistematici, ma comunque condannabili da qualsiasi tribunale sono stati in precedenza perpetrati dal cosiddetto "fascismo di confine".
Lasciamo che chiunque tragga le proprie personali conclusioni su questi aspetti meramente storici. Simone Cristicchi nel suo puntuale racconto non lo fa, la sua meritevole opera è quella di evitare la "damnatio memoriae" su questa "vicenda" e su molte altre. Non vediamo per quale motivo dovremmo quindi farlo noi, a parte consigliare la lettura dell'approfondimento di Anna Vinci. Ai tanti trucidati, da una parte o dall'altra, probabilmente, come sempre, poco interessa. Ma magari "qualcuno", facendo per una volta un'incursione all'interno di un libro (non fa male), potrebbe provare a pensare prima di parlare. Anche questo non fa male.
ESODO
Racconto per voce, parole ed immagini sull'esodo istriano, fiumano e dalmata
testo e interpretazione Simone Cristicchi
scritto con Jan Bernas
regia Simone Cristicchi
produzione Corvino Produzioni
durata un atto unico da 80 minuti









