Mosca Cieca (recensione)

Cronaca e letteratura si incontrano in scena per raccontare il dolore e la memoria

Mosca Cieca
m&s - Mosca Cieca (foto © Denise Prandini)

Entriamo in sala e le attrici sono già lì, oltre un velatino che ne sfuma la presenza. I corpi sono in movimento, immersi in una nebbia densa che nasce da una macchina del fumo posizionata dietro lo schermo bianco: un velo che diventa superficie di memoria, campo su cui si proiettano ombre e frammenti. L’atmosfera è sospesa, come se lo spettacolo fosse già iniziato da tempo, prima ancora che noi varcassimo la soglia.

Mosca cieca, drammaturgia di Silvia Guerrieri, intreccia due mondi: la vicenda reale delle sorelle Khachaturyan, che nel 2018 a Mosca uccisero il padre violento, e l’universo poetico de Le tre sorelle di Čechov. Le protagoniste portano i nomi cechoviani - Irina, Olga, Maša - e come le loro antenate teatrali si muovono dentro una memoria che non smette di ripetersi, di riaprirsi, di sanguinare.

Le tre attrici costruiscono un dialogo costante tra passato e presente, tra la violenza subita e il bisogno di raccontarla. I costumi moderni sono segnati da fiori applicati su diverse parti del corpo: ferite visibili e colorate, simboli di un dolore che si ostina a fiorire. La scena è spoglia, ridotta a una quadratura nera e a quel velo sottile che separa e unisce, che filtra e protegge. Nessuna scenografia tradizionale, ma un linguaggio visivo che suggerisce più che mostrare.

La regia di Athos Mion lavora per sottrazione e si affida alla forza delle immagini e dei corpi. Il velatino, oltre a fungere da schermo per le ombre e da superficie della memoria, diventa anche un filtro necessario per non mostrare direttamente le scene di violenza paterna. È una scelta che funziona: preserva la delicatezza dello sguardo e lascia al pubblico la libertà di immaginare, di completare con il proprio sentire ciò che resta taciuto.

Il ritmo dello spettacolo è buono, calibrato, attraversato da pause dense, di quelle che appartengono al mondo cechoviano: silenzi vissuti, mai vuoti, dove si respira la tensione tra parola e pensiero. L’uso dei microfoni su asta in momenti specifici accentua la dimensione del flashback, come se le attrici, dando voce ai propri ricordi, ci riportassero al punto in cui tutto è iniziato.

La luce si muove tra toni di ghiaccio e ambra, con un piazzato diffuso che avvolge e scolpisce, creando un’atmosfera che riflette la complessità emotiva della storia. L’effetto prodotto dal fumo dietro lo schermo bianco amplifica la sensazione di un ricordo che si fa materia: le ombre delle attrici, riflesse sul velatino, evocano immagini del passato che tornano, deformate, in un continuo processo di riapparizione.

Sul piano sonoro, la presenza di un’unica musica accompagna lo spettacolo in modo discreto, ma forse - data l’organicità del lavoro e la coerenza tra gesto, voce e silenzio - si sarebbe potuto anche farne a meno. Il respiro delle attrici e il suono delle loro parole sarebbero bastati a sostenere, da soli, la tensione drammatica.

Le tre interpreti - ognuna con una personalità distinta e riconoscibile - offrono una prova di grande intensità e misura. Si percepisce il lavoro accurato fatto sul personaggio, la ricerca di un equilibrio tra presenza e introspezione, tra gesto e parola. La recitazione è naturale, mai forzata, capace di attraversare le emozioni senza esibirle. C’è in loro una sensibilità cechoviana autentica: quella fatta di silenzi che pesano, di pause che rivelano più delle parole, di sguardi che raccontano ciò che non si dice.

In questo equilibrio si ritrova il senso più profondo dell’omaggio a Čechov: non nella citazione, ma nella sua attualità, nella capacità di rendere vivo e presente il suo linguaggio, di tradurlo in un dolore contemporaneo.

L’immagine finale ritorna potente: le tre sorelle, di nuovo dietro il velatino, chiuse in una gabbia di luce e fumo. Urla soffocate, corpi imprigionati, un ultimo gesto che trasforma il palcoscenico in una cella della mente. È un finale che non libera ma costringe a guardare.

Mosca cieca è un lavoro coerente, intenso e consapevole, che restituisce al teatro la sua funzione più alta: trasformare la ferita in parola condivisa.

Mosca Cieca
drammaturgia di Silvia Guerrieri
con Silvia Guerrieri, Diana Bettoja e Miriam Moschella
scenografia Flora Pirovano
costumi Sara Banterle
foto Denise Prandini
testo vincitore della prima edizione del Premio nazionale di drammaturgia Omissis (2023)
finalista della XIII edizione del Premio Inedito Colline di Torino (2024)
progetto supportato da Theatron 2.0
regia Athos Mion
durata un atto unico di circa 45 minuti 

 

teatrante
Attore, regista e formatore (docente di mimo, maschera e movimento). Svolgo attività teatrale in carceri, scuole e comunità, combinando arte e impegno sociale. Il mio tempo e le mie energie sono dedicate alla diffusione e alla pratica del teatro in tutte le sue forme.
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