La scuola (recensione)

A 20 anni di distanza dal film, lo stesso regista ne ha (ri)proposta la versione teatrale, che da allora viene costantemente "rimandata"

Siamo a Roma, alla fine dell'anno scolastico, nell'imminenza di una riunione del corpo insegnanti che deciderà le sorti - promozione, debito (ma allora si veniva rimandati) o bocciatura - della IV D. La scena si apre sull'interno di una palestra piena di impalcature, adibita provvisoriamente (e il provvisorio nella scuola italiana si trasforma endemicamente in definitivo) a sala professori. In questo ambiente, che comunica immediatamente e senza mezzi termini il forte senso di fatiscenza e precarietà legato alla scuola, iniziano ad arrivare i docenti che, ad uno ad uno, si accingono al rito di cambiarsi le scarpe, per indossare quelle da ginnastica ed evitare di rigare il linoleum. È questo il primo gesto di omologazione ad una norma senza senso, in un contesto in cui tutto sembra dover crollare da un momento all'altro e che ogni docente compie in modi e tempi diversi, ribadendo (senza convinzione) la propria individualità nei confronti di una regolamentazione comune che non riesce ad uniformare il tutto, ma lo fa.

L'ingresso in palestra/palcoscenico permette la conoscenza dei vari professori, ognuno con caratteristiche diverse e caricaturali, che comunque appartengono al mondo della scuola (ben tratteggiato dall'autore del testo, Domenico Starnone, anche docente, quindi titolare di "fuoco amico"), o a qualsiasi altra frammentazione dei microcosmi sociali. La prof.ssa Baccalauro (Vittoria Belvedere) è una donna fragile e insicura, preda di frequenti dubbi e ripensamenti. Mattozzi (Vittorio Ciorcalo), docente di religione e sacerdote, è decisamente poco attento all'igiene personale e - malgrado la base del suo "credo" - vendicativo nei confronti dei ragazzi. Mortillaro (Roberto Nobile), insegnante di francese, è un forte bevitore, ma anche razzista e classista, appella i ragazzi come “beduini” e sostiene, in classe e fuori, che “c’è chi è nato per studiare e chi è nato per zappare”, suddividendo così manicheisticamente gli alunni in due rigide categorie che non lasciano scampo.

Cirrotta (Antonio Petrocelli) disprezza l'insegnamento, che svolge solo per lo stipendio, la pensione e per tentare l'approccio con colleghe e, gravissimo ma nessuno sembra farci caso, le alunne più procaci. Ovviamente ha un'attività professionale parallela che assorbe tutte le sue attenzioni, a parte quando non è impegnato in approcci volgari. La Alinovi (a quanto sembra gli insegnanti non hanno mai un nome di battesimo) è la più frustrata del gruppo (interpretata da Maria Laura Rondanini), svolge la sua materia - storia dell'arte - per solo un'ora a settimana in ogni classe, non riuscendo (o potendo) stabilire rapporti empatici con gli alunni, addirittura costretta ad ingegnare una sorta di antenato di Facebook (il social più diffuso al mondo nascerà nel 2010), abbinando sul registro la foto di ogni alunno al nome. Evitiamo la riflessione, che ci porterebbe altrove, sull'unica ora settimanale di arte in un Paese che "dichiara" di possedere tra il 70 e il 90% (il valore dipende dal dichiarante) delle opere artistiche e architettoniche mondiali.

L'unico che sembra avere chiara la "mission" dell'insegnante è il docente di italiano e storia, più preoccupato di dare una possibilità di riscatto sociale agli alunni, tutti, che della perfetta datazione mnemonica di una poesia del Pascoli. Cozzolino (Silvio Orlando) vede e sostiene che anche nei ragazzi più problematici c'è un guizzo di genialità e creatività, su cui far leva per “salvarli” e motivarli, partendo da quello che “sanno fare meglio”. Il quadro della corte è completato dal preside (Roberto Citran), oggi dirigente scolastico, un uomo rigido e legato strettamente all'osservanza della "normativa" (il grande male dell'apparato statale italiano, del quale sembra non ci si potrà mai liberare), preoccupato di non fare uno sgarbo al "collega" di altra scuola, non promuovendone il figlio.

In tutta la prima parte dello spettacolo l’attenzione è concentrata sui conflitti e i dissidi fra i vari insegnanti. Ci sono le invidie, le maldicenze (la presunta liaison tra "la Baccalauro" e Cozzolino), gli scontri di opinione tipici in un ambiente scolastico in cui si avverte la latitanza di una linea guida adeguata (il preside, viene osservato, non si rende conto di cosa significhi "stare in aula"), ogni docente propone e sostiene la sua visione della scuola e dell’insegnamento che può essere per alcuni un semplice passatempo, per altri un peso insopportabile ed avvilente, per altri ancora fonte di invidia e gelosia o infine una vera e propria missione di recupero e salvezza. Punto nodale e focale il "registro", lo strumento massimo del potere (di chi non ha potere), con cui affermare e affermarsi, su cui costruire la rivalsa contro il collega, reo di non voler accettare il dogma del voto.

Quando si entra nel vivo degli scrutini finali, l’attenzione si sposta di più (e finalmente!) sugli studenti, su chi salvare, su chi bocciare. E un caso fra tutti emerge e crea dissidi, quello di Cardini, studente problematico costantemente evocato in tutta la pièce, che colleziona regolarmente voti bassissimi e si distingue solo ed esclusivamente perché, ogni volta che viene interrogato, risponde “Non lo so. Ma se vuole le faccio la mosca”, ed imita "svolazzando" nella classe i movimenti dell'insetto.

Nel momento in cui la "giuria" (il collegio docenti) si riunisce in "camera di consiglio" (la palestra), per decidere se "condannare" (bocciare) Cardini per l’ennesima volta, con la netta opposizione del solito Cozzolino (ma siamo lontani dal "giurato n. 8" di "La parola ai giurati" di Sidney Lumet, 1957), si apre un momento surreale in cui ogni insegnante dà una sua interpretazione dell'imitazione della mosca, atteggiamento che sarà definitivamente rivelatore della personalità di ognuno. Suggestivo è il quadro scenico di ispirazione "peterpaniana".

Lo spettacolo fila via veloce, i dialoghi sono brillanti e la recitazione "corale" è fluida ed equilibrata, costituendo un vero punto di forza. L'aspetto "comico", sebbene ben riuscito, prevale nettamente, ma così facendo vengono a mancare quei momenti di acuta riflessione sul mondo della scuola che permetterebbero ai personaggi di raccontare anche una storia "altra", sarà il pubblico - se vuole - a prendersi carico degli spunti per poi trasformarli, dopo, in qualcosa di più. Magari un diverso atteggiamento nel rapporto tra genitori e scuola.

Nonostante questo, il messaggio che arriva è: “La scuola funziona solo per chi non ne ha bisogno”. Si va avanti con mezzi inadeguati, in luoghi inadeguati e talvolta - che forse è la cosa peggiore di tutte - con insegnanti inadeguati, nel 1992 (quando il testo con il titolo di "Sottobanco" è entrato per la prima volta in una sala teatrale), nel 1995 e oggi. Nulla sembra essere cambiato, se non il modello del cellulare (che da allora è diventato uno smartphone). La Scuola continua a riflettere un confronto tra speranze, ambizioni, conflitti sociali e personali, amori, amicizie e scontri generazionali, dove - alla fine - suona sempre una campanella, per annunciare la conclusione, temporanea, della lezione.

Cardellino Srl
presenta
Silvio Orlando 
in
LA SCUOLA
di Domenico Starnone
regia Daniele Luchetti
con in o.a. Vittoria Belvedere, Vittorio Ciorcalo, Roberto Citran, Roberto Nobile, Silvio Orlando, Antonio Petrocelli, Maria Laura Rondanini
scene Giancarlo Basili
disegno luci Pasquale Mari
costumi Maria Rita Barbera
assistente alla regia Riccardo Sinibaldi

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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