Storie dal genere umano (recensione)

 

Gisella Cesari in scena
m&s - Gisella Cesari in scena (foto © Laura Nasoni)

Il ciclo vitale è sempre lo stesso, fin dalla comparsa sulla Terra del primo essere umano, ma cambia il teatro

Nascita, vite e probabilmente morte, potremmo in extremis sintetizzare così il monologo con protagonista (indifferentemente maschile o femminile) Gisella Cesari, scritto e diretto da Danilo Caiano. In scena in'unica attrice che prova a raccontare le storie di sei personaggi (che hanno anche un autore). Come è logico assistiamo alla nascita della piccola Gisella che in fase di crescita, fisica e intellettiva, "conquista" rapidamente anche gli stereotipi sociali, rappresentati dagli abiti, come se la loro mancanza costituisse un ostacolo per la libertà. Indossati i panni del primo personaggio, un aderente tubino scuro in maglina, cappotto e smartphone, prendiamo quindi conoscenza della prima storia. E' un'attrice appena tornata a casa da un set a Parigi. Al telefono con un'amica, racconta del suo ruolo (una ragazza madre tossicodipendente, stuprata da ragazzina dal proprio padre), mantenendo - e questo sarebbe anche giusto - distanza tra sé e il personaggio: un film drammatico, ma mi sono molto divertita nell'interpretarlo. Anche in questo caso, ci sembra di assistere ad un forte contrasto. Sorvoliamo sui successivi atteggiamenti dell'attrice, stereotipo della "morta di fama" (cit.) che troviamo spesso nei cast dei reality che piacciono tanto al pubblico televisivo italiano.

Un velocissimo cambio di abito, dal tubino alla tuta da ginnastica, dall'attrice al calciatore. Gisella abbassa il tono di voce e assistiamo al rimprovero che viene riservato ad un atleta da parte del suo allenatore. Il motivo del richiamo è il grave atteggiamento omofobo del calciatore, che si accanisce costantemente contro un proprio compagno e che incarna tutti gli atteggiamenti del più becero e violento "maschio", molto attento a giudicare salomonicamente i comportamenti altrui, nascondendo a se stesso che in realtà ne sarebbe attratto. Ma questo mai. Non è possibile, perché lui è un uomo "vero" e lui non è "malato" come Flavio, che a 30 anni deve cominciare a pensare alle cose serie, a farsi una famiglia. Un atteggiamento, quello messo in scena, purtroppo molto, troppo comune, come il continuo rinvio della "Legge Zan" sembra ampiamente dimostrare, anche se la scrittura dello spettacolo è comunque temporalmente lontano dall'attualità. "Io non odio i froci, li evito perché non li capisco" è una battuta tanto falsa quanto devastante, una forma di autoassoluzione inascoltabile e troppe volte sentita. 

Grottesca e divertente la prima storia, contraddittoria e acuta la seconda, ci spostiamo sulla terza che ci fa fare un salto indietro nella drammaturgia, perché incentrata, appunto, sulla ragazza madre interpretata a Parigi dall'attrice. Il registro cambia totalmente, anche perché c'è veramente poco da sorridere nel vedere l'angoscia di una giovane che deve decidere come "prendersi cura" del suo bambino, dovendo scegliere quale sia il male minore che potrà riservare a quella creatura, che sicuramente non ha chiesto di nascere. La ragazza non è sicuramente in grado di occuparsi del bimbo, ma a chi affidarlo? In un momento di lucidità e di naturale amore per il piccolo, la ragazza passa in esame tutte le possibilità, prima di prendere la sua decisione finale, che ci porta verso il quarto personaggio.

Nuovo cambio di abito e di sesso, ma niente di tutto questo sembra essere un problema per la bravissima protagonista e per la fluidità dello spettacolo. Davide ha 31 anni, viene da Taranto, ma vive a Roma dove è impiegato alle poste. E' grassoccio, non è sposato o fidanzato, conduce una vita normale, troppo normale, uguale di giorno in giorno, sostanzialmente noiosa. Davide vive bene nella sua quotidianità fatta di piccoli gesti misurati, fotocopiati l'uno sull'altro, fino a quando l'ennesima provocazione, questa volta del collega d'ufficio Mario, che lo accusa di "essere la noia fatta persona", lo fa reagire, al punto da inventarsi una storia così assurda, ma talmente assurda, dal diventare credibile e farlo passare dall'essere una "ameba" a "spacciatore internazionale".

Il nostro ripercorrere il racconto teatrale si interrompe qui, perché - come sempre - preferiamo che sia lo spettatore, quando sarà possibile, a completare autonomamente la visione di "Storie del genere umano", non accontentandosi delle nostre parole: molto abbiamo saltato e ancora molto altro c'è da vedere, visto che mancano all'appello ancora due "vite" (un particolare esteta e una automobilista molto nervosa, quasi in linea con "Un giorno di ordinaria follia" di Joel Schumacher, 1993) e la relativa conclusione del ciclo. Anche perché queste "Storie" dopo il debutto al Centro Culturale Armenia e il successivo passaggio al Teatro Petrolini (entrambi a Roma) hanno ancora molto pubblico da incontrare e far riflettere.

Giocando abilmente con l'allestimento (fatto di vestiti sparsi sul palcoscenico, intervalli musicali e luci, Danilo Caiano è riuscito a metterci a disposizione un percorso interessante di vite che raccontano (solo) una parte del genere umano. Ha evitato rimandi alla Monty Python (Il senso della vita) o "I mostri" di Dino Risi, anche se sarebbe stato facile accostarsi troppo a profilazioni così fondamentali e farsene condizionare. Ulteriore punto di qualità la presenza sul palco di Gisella Cesari (che avevamo già vista impegnata in Mentre le luci erano spente di Jack Sharkey, regia e adattamento di Emilia Miscio), veramente a suo agio in tutti i panni scenici che si trova "costretta" a indossare, svestire e rivestire nuovamente. Un "piccolo" spettacolo che ci accompagna all'uscita dalla sala, dopo i meritati applausi alla sua protagonista, con una fondamentale domanda: ma siamo buoni o cattivi? Perfidamente - e giustamente - ci è stata nascosta la risposta, sempre che ce ne sia una sola.

STORIE DAL GENERE UMANO
di Danilo Caiano
con Gisella Cesari
disegno luci Danilo Caiano
costumi Sinnombre Teatro
grafica Andrea Schiariti
regia Danilo Caiano
riprese e montaggio Valerio Rossi
produzione Sinnombre Teatro
durata un atto unico di circa 70 minuti

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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