Il Mulo e l'Alpino (recensione)

 

Il Mulo e l'Alpino
m&s - Il Mulo e l'Alpino (foto © media & sipario)

Nel 1940 l'Italia fascista ha bisogno di qualche migliaio di morti per sedere - vittoriosa - al tavolo della pace

Giuseppe Beghin (Aleksandros Memetaj) è un uomo semplice, come tanti altri. Vive con la mamma nelle campagne di Bassano del Grappa, ha 28 anni e la sua prima preoccupazione è quella di portare al pascolo la sua Carolina. Non ha più una ragazza, che gli è stata sottratta dal portalettere Carletto, ma questo non ne ha intaccato l'umore, almeno fino a quando colui che gli ha portato via l'amore (forse) non arriva nella sua casa per consegnare qualcosa di molto più grave: la chiamata alle armi. L'Italia di Mussolini ha deciso di entrare in guerra e Giuseppe - Bepi - Beghin deve partire per l'Albania, dove è stato destinato a "spezzare le reni alla Grecia". 

Il viaggio dal Veneto alle Marche non è semplicissimo, ma mai quanto la "guerra lampo" che Beghin e tutti i dialetti d'Italia messi per la prima volta assieme in un solo campo di battaglia si aspettano. La storia - anche quella che ci si ostina così spesso a revisionare e rivedere - infatti insegna che andare a sfidare qualcuno in casa propria non è mai una passeggiata (anche se i radiogiornali e i comunicati entusiastici affermano diversamente), lo scopriranno i tedeschi a breve invadendo la Russia e anni dopo gli americani nel Vietnam.

Bepi, inoltre, è un uomo buono di campagna, che non ha mai imbracciato un fucile e infatti - per non fare danni eccessivi (leggi "fuoco amico") viene destinato a prendersi cura di un mulo, passando così dalla sua Carolina al - quando vuole - recalcitrante Grappa. La prima linea di conseguenza per Bepi diventa appena più lontana, ma questo non gli impedisce di assistere alle assurdità di un conflitto cui tutti erano impreparati, con pochi - i comandanti supremi - convinti della propria schiacciante superiorità. "Molto bene, procedo con il piano. Generale" è la chiusura della quotidiana telefonata che il colonnello Melis, comandante di Bepi, riceve e che giorno dopo giorno produce come unico effetto la scomparsa di qualche dialetto, abbandonato su una montagna che si tinge sempre più di sangue. Nel racconto delle inutili battaglie, viene evocata alla memoria (nostra) la terza pellicola della trilogia del dollaro di Sergio Leone (Il buono, il brutto, il cattivo) del 1966 e in particolare il capitano Wilton, perfetta trasposizione dell'ufficiale disincantato che sa che non tornerà mai a casa.

Invece Beghin Giuseppe una soluzione la trova, anche se non è la più semplice: diserta (e non è sicuramente il solo ad averlo fatto), trovando un suo equilibrio al fianco di Doruntina. Il suo problema è che se lo trovano i militari italiani lo fucilano come disertore, se lo trovano i partigiani comunisti lo fucilano come italiano. 

“Il Mulo e l’Alpino”, leggiamo nelle note che accompagnano il comunicato è "una storia di guerra, paura e libertà, liberamente ispirata a fatti realmente accaduti". Non ne siamo stupiti, purtroppo certa storiografia ha badato a tramandare gli atti meramente eroici (purché belligeranti), senza curarsi degli altri eroi, quelli che hanno cercato di opporsi - anche con la fuga - alla totale illogicità della guerra, di qualsiasi guerra. Aleksandros Memetaj, protagonista ma anche coautore del testo, affronta con grande capacità un monologo "contro" la guerra, contro quella stupidità umana che non accenna ad affrancarsi dal bisogno primordiale di uccidere e continuare a farlo, secolo dopo secolo, probabilmente alla determinata ricerca dell'autodistruzione. Uno "spettacolo" di denuncia civile da vedere e rivedere, che va letto come un libro di storia, con il rispetto che si deve a chi è sopravvissuto e a chi è morto, la stessa faccia di una stessa medaglia insanguinata. 

Anonima Teatri
Twain Centro Produzione Danza
presentano
IL MULO E L'ALPINO
di Aleksandros Memetaj, Yoris Petrillo e Xhuliano Dule
con Aleksandros Memetaj
scene Federico Biancalani
sostegno Mic – Ministero della Cultura e Regione Lazio
durata un atto unico di circa 80 minuti

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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