C’è un momento, durante la visione dell'opera, in cui lo spettatore comprende che il teatro non è mai solo rappresentazione, ma può divenire rapidamente un respiro collettivo. È il respiro di chi da anni cerca un linguaggio per dire l’indicibile, di chi ha trasformato il carcere in un laboratorio di umanità.
Liberamente ispirato alle opere di Italo Calvino, e in particolare alle sue Città invisibili, Rebibbia: la Città invisibile rilegge l’universo del grande scrittore nel 40° anniversario della sua scomparsa e lo fa attraverso la lente del carcere romano di Rebibbia, che diventa metafora di tutte le città del mondo in cui si lotta per un’idea di libertà.
Laura Andreini e Francesca Di Giuseppe, entrambe hanno firmato la regia, hanno orchestrato un racconto vigoroso e struggente, capace di unire linguaggio teatrale, videoproiezioni e animazioni in un impasto visivo e sonoro di grande suggestione. Sul palco, i veterani del Teatro Libero di Rebibbia danno corpo e voce a un viaggio interiore che attraversa le rovine della memoria e le ferite del presente.
Accanto a loro, sullo schermo, scorrono i volti di chi ancora sconta la pena: immagini che non chiedono compassione, non ne hanno bisogno e forse non l'otterrebbero nemmeno, ma reclamano l'ascolto e una riflessione senza pregiudizio. Le loro parole, scandite come battiti, si intrecciano con quelle dei compagni in scena e con la partecipazione straordinaria di Alessandro Marverti (da noi già applaudito in Le mattine 10 alle 4 e nei due "disastri": Commedia e Peter Pan) e Cinzia Silvano (vero ispettore capo di polizia penintenziaria), testimoni "esterni" di un dialogo possibile tra mondi che troppo spesso si ignorano, o fingono di farlo, così da non ammettere l'uno l'esistenza dell'altro.
Rebibbia: la Città invisibile è un’opera che interroga la nozione stessa di “casa”: non più luogo fisico ma stato mentale, costruito con le parole e la consapevolezza. In questa città di ombre e desideri, ogni gesto è un tentativo di riscrivere il proprio destino, ogni frase un colpo di luce sul muro del silenzio. Come scriveva Calvino, «c’è qualcosa che cerca di uscire dal silenzio, di significare attraverso il linguaggio». È esattamente ciò che accade nella pièce: la parola si fa libertà, il teatro diventa la chiave che apre le celle invisibili della mente.
Il valore artistico dell’opera è indissolubile da quello sociale: dal 2003, il teatro di Rebibbia rappresenta una frontiera concreta di riabilitazione e reinserimento, un modello riconosciuto a livello nazionale e internazionale. Rebibbia: la Città invisibile conferma la potenza di questa esperienza, ricordando che la cultura non è privilegio, ma diritto e strumento di rinascita.
Con emozione e rigore, Andreini e Di Giuseppe hanno firmato uno spettacolo che è al tempo stesso poesia, denuncia e speranza. L’applauso finale non è solo per gli interpreti, ma per l’idea stessa di un teatro capace di costruire ponti dove prima c’erano barriere. Una piccola speranza che il senso di umanità che dovrebbe sempre appartenerci continui a sopravvivere, malgrado tutto.
Associazione Ottava Arte
presenta
REBIBBIA: LA CITTÀ INVISIBILE
regia Laura Andreini e Francesca Di Giuseppe
con Juan Dario Bonetti, Giacomo Silvano, Marcello Lupo, Leonardo Ligorio e Maurizio Montepaone
e con Alessandro Marverti e Cinzia Silvano
videoproiezioni Paolo Modugno
animazioni Alessandro De Nino








