Attanasio (Enzo Casertano) è Maria Alberta (Maria Cristina Gionta) sono in profonda crisi sentimentale, acuita da un passato economicamente esaltante che non esiste più, ma costantemente presente, almeno nei loro litigi. La donna è piacente e si sente trascurata, l’uomo non riesce a trovare più le misure comunicative del proprio amore (ma potrebbe anche non averne mai avute e averla sempre data per "scontata") e già questo basterebbe a giustificare una rottura definitiva, o comunque una separazione tra i due.
A rendere ancora più complessa la prosecuzione del rapporto di coppia, interviene la pesante "eredità" che Attanasio ha ricevuto dal padre, da poco scomparso. Assieme al bell’appartamento di famiglia, arredato con mobili di pregio (“vecchi” per Maria Alberta) e ad un prezioso “San Sebastiano” di Mattia Presti, l’uomo ha ricevuto anche il fratello, un ingombrante disabile psichico di circa 50 anni, dalle abitudini bizzarre e fastidiose da sopportare, specialmente in queste condizioni.
Remigio (Roberto D’Alessandro) è un bambino piccolo e dispettoso imprigionato nel corpo di un adulto, passa la notte guardando film porno ad alto volume e mangia continuamente provole. Ogni istante della giornata è sfruttabile per costringere Attanasio ad assecondarne gli strampalati desideri e i lontani giochi della loro infanzia. Remigio così si diverte, Attanasio lo asseconda e Maria Alberta, totalmente ignorata, si rifugia nelle rilassanti e ammiccanti telefonate a Roberto, il suo amante, l’unico che riesce ad appagarla (almeno a quanto le dichiara telefonicamente). D’altra parte le aspettative dei due coniugi non potrebbero essere più agli antipodi: Attanasio vede l’ottenimento dell’assegno di accompagnamento per Remigio come la possibile “soluzione” al dissesto economico, anche se significa doversi occupare a vita del fratello (ma quando lo faceva il padre andava bene così); per Maria Alberta, invece, è il precipizio che si avvicina sempre più velocemente.
L’ennesima “prodezza” di Remigio fa irrompere nella casa Ginetta (Maria Lauria), da poco vedova del suo Carluccio, improvvisamente scomparso per uno shock anafilattico (11 anni prima!). La giovane donna sola si è trasferita nell’appartamento sottostante, dopo che l’unica figlia Addolorata ha deciso di andare a vivere in Australia. Il primo incontro con Maria Alberta è uno scontro, reso divertente dall’idioma praticamente incomprensibile di Ginetta, una sorta di foggiano (in realtà "stiglianese", in provincia di Matera, conferma ricevuta dalla stessa attrice), che si addolcisce immediatamente alla prima visione di Attanasio. E’ innamoramento a prima vista, alla luce anche della somiglianza con Carluccio. Attanasio non sembra rendersi conto della passione della focosa vicina, anche se apprezza (e sfrutta) l'ingresso di una "tata" per il fratello.
La convivenza con il disabile è oggettivamente difficile: fa la pipì sul balcone, distruggendo le piante e sporcando i panni stesi; indossa, rovinandoli irrimediabilmente, gli abiti firmati della cognata e le sue bizzarrie non si limitano mai solo a questo. Attanasio come succede a molti familiari "reali" non può e non vuole sbarazzarsi dell'ingombrante fratello, capace di gesti ingenuamente poetici, in grado di cancellare ogni sua altra forma di nefandezza (coinvolgente l'esecuzione di "The Sound of Silence" di Simon & Garfunkel). In fin dei conti senza la famiglia cosa se ne sarebbe dei tanti malati cronici presenti nella nostra “civile” società contemporanea? E questa riflessione non appartiene semplicemente alla "finzione" teatrale, ma dovrebbe essere al centro delle attenzioni sociali di una comunità, spesso troppo occupata dal proprio "io" per poter pensare ad un più ampio "noi".
Il racconto teatrale, scritto da Roberto D'Alessandro, su spunto della lettura di "Fratelli" di Carmelo Samonà (romanzo del 1978, attualmente edito da Sellerio), riesce acutamente a percorrere due strade drammaturgiche, lo spettatore si diverte assistendo ai piccoli disastri causati da Remigio, ma è maggiormente invitato a riflettere sui registri più riflessivi e melanconici, sostenuti dal cast artistico, quattro bravi attori in grado di adeguarsi velocemente al cambiamento richiesto, con una bellissima maschera indossata con sensibilità da Enzo Casertano e Maria Cristina Gionta, un tratteggio di coppia scoppiata che si eleva e si rende centrale, anche se avremmo gradito una maggiore dinamicità tra le due anime della "commedia", che sembrano invece muoversi su binari non proprio convergenti.
Su tutto si staglia il concetto degli abbandoni e della conseguente solitudine. Attanasio è disperatamente innamorato di una sua personale visione della moglie, non più condivisa, sempre che la sia mai stata. Ginetta è stata lasciata sola e ritrova un senso alla sua esistenza abbarbicandosi su Attanasio. Maria Alberta è la più arida dei quattro, almeno a giudicare da come allontana da sé il marito (“Se non si è capaci di vivere da soli non si può vivere con un’altra persona”). Ma è veramente questo o si tratta di oramai disillusione e consapevolezza che solo da sola potrebbe riuscire a sopravvivere? Infine Remigio, imprigionato nella sua abitazione, ma almeno ha la compagnia dei propri pensieri (e manie), lontani da quelli cantati da Sergio Endrigo ne "La casa" di Vinicius De Moraes. Ma in fin dei conti forse è l'unico a trovarcisi bene: gli bastano dei film porno e tante provole da mangiare per essere realmente felice.
UNA CASA DI PAZZI
di Roberto D'Alessandro
con Enzo Casertano, Roberto D'Alessandro, Maria Lauria, Maria Cristina Gionta
regia Silvio Giordani
scene Mario Amodio
costumi Lucia Mariani
luci Andrea Avena
sarta Elisabetta Viola
amministrazione Giuseppe Varano
produzione Centro Teatrale Artigiano diretto da Pietro Longhi
durata due atti di circa 85 minuti, escluso intervallo









