Sul palco un ponte, o meglio un traliccio americano che suggerisce allo spettatore la struttura dei ponti americani a lunga campata. Sulla sinistra una serie di strutture, nel gergo teatrale definite “praticabili”, alti gradoni utilizzati durante la scena. Centralmente con un po’ di spazio occupato anche sulla destra, un arredamento tipico degli anni 50/60, più italiano che americano vista la “credenza della nonna”.
Siamo effettivamente a New York, ma la famiglia protagonista della vicenda è di origine italiana, siciliana nella fattispecie. Eddie Carbone (Massimo Popolizio) vive con la moglie Beatrice (Valentina Sperlì) e la nipote adolescente - ed effervescente - Catherine (Gaja Masciale), fuoco nei capelli e nelle vene come tutte le ragazze prede di sogni, desideri, jazz e rock ’n roll di quegli anni.
Fin dall’inizio del racconto, aiutato nello svolgimento visivo dall’Avvocato Alfieri (Michele Nani), si capisce come la dinamica sentimentale all’interno della famiglia si basi su un equilibrio precario, o quantomeno si percepisce subito lo stretto legame che, inconsciamente o meno, unisce Eddie a Catherine. Anzi, pare che l’unico a non ammettere con sé stesso che qualcosa di più dell’affetto sia nato dal vincolo sanguineo sia proprio il capofamiglia. Capofamiglia che mal sopporta il divenire adulta della nipote accentuato dall’arrivo in casa dei due clandestini per la legge americana, parenti della moglie, Marco (Raffaele Esposito) e Rodolfo (Lorenzo Grilli), quest’ultimo siciliano stranamente biondo, divertente, amante del ballo e del canto.
Ma la famiglia è la famiglia ed Eddie, da uomo d’onore qual è, trova subito lavoro al porto per entrambi in modo che possano mandare soldi a casa e tornare al più presto in patria, fondamentale rimanere nascosti e non farsi “beccare”. La situazione precipita quando Rodolfo e Catherine si innamorano.
Se ancora dovesse esistere qualcuno che non ha visto la versione cinematografica del dramma di Arthur Miller, diretta da Sidney Lumet nel 1962 con Raf Vallone nel ruolo di Eddie (premiato con un David di Donatello per la sua interpretazione), lo invitiamo a recuperare la mancanza, soprattutto nel caso volesse assistere, come ci auguriamo, alla messa in scena della Compagnia Umberto Orsini. Questo perché Popolizio ha da subito dichiarato di voler portare sul palcoscenico molte delle scelte registiche utilizzate sul grande schermo, seppur limitate dall’impossibilità di “gestire” lo sguardo dello spettatore, indirizzandolo su un particolare o su un’espressione tramite le riprese, i tagli e il montaggio della pellicola ad hoc.
«Per me è una magnifica occasione mettere in scena un testo che assomiglia molto ad una sceneggiatura cinematografica, e che, come tale, ha bisogno di primi, secondi piani e campi lunghi. Alla luce di tutto il materiale che ha potuto generare dal 1955 (data della sua prima rappresentazione) ad oggi, cioè film, fotografie, serie televisive, credo possa essere interessante e “divertente” una versione teatrale. Una grande storia… raccontata come un film… ma a teatro. Con la recitazione che il teatro richiede, con i ritmi di una serie e con le musiche di un film».
L'ambizioso e (molto) difficile tentativo di manipolazione cinematografica nei confronti del pubblico riesce ma non compiutamente. Riesce grazie a tagli di luce (Gianni Pollini) sapientemente utilizzati; riesce grazie all’abilità narrativa e alla bravura di Michele Nani che catalizza l’attenzione grazie anche al timbro vocale; riesce grazie ai movimenti certamente rubati alla danza delle comparse che entrano in scena nei panni dei portuali piuttosto che dei poliziotti. Riesce grazie ai “fermo immagine” che congelano un momento importante della vicenda. Nonostante l’apprezzabile flashback nel quale lo spettatore comprende subito il destino del protagonista, questo desiderio di regia cinematografica non riesce purtroppo a integrarsi completamente con il tessuto narrativo che risente della scatola teatrale tradizionale tipica della Compagnia Orsini, che è comunque e come sempre di alto livello. A nostro avviso “less is more” avrebbe dovuto essere il leit motiv della pièce, contenendo e rimodulando l’obiettivo con il proprio stile di messa in scena.
Diverso il discorso prettamente recitativo. Popolizio non ha bisogno di presentazioni o complimenti oramai superflui. È bravo, sia nelle parti più comiche che in quelle più drammatiche e rende credibile Eddie nel suo apparire come uomo giusto, eroe positivo quando in realtà la sua posizione si ribalta completamente. Talmente ossessionato dalla nipote e dal legame con Rodolfo considerato “non regolare” perché biondo, perché canta, perché cuce come e meglio di una donna - in un gioco di parole sulla clandestinità e sull’omosessualità - l’uomo giusto compie il suo percorso verso un destino ineluttabile nel quale tutte le sue azioni da corrette diventano “scorrette”. Lorenzo Grilli, biondo canarino che si distingue sia nelle doti di cantante che di ballerino, e Raffaele Esposito tengono il palco meravigliosamente, tanto quanto Valentina Sperli, algida seppur focosa siciliana. Appena troppo “carica” la performance di Gaja Masciale (il “less is more” di prima). Nota di merito per l’aedo moderno Michele Nani che, nello svolgersi di una tragedia greca metropolitana, funge da collante e catalizza per timbrica, gestualità e ruolo molti dei meritati applausi a scena aperta.
In sintesi è il ponte il vero protagonista dell’opera di Arthur Miller e della messa in scena di Popolizio: è una struttura che unisce/separa i quartieri ghetto di Brooklyn e Manhattan con le differenze economiche, sociali e culturali implicate; un ponte assolutamente moderno e contemporaneo anche nella storia attuale da cui gettare “uno sguardo al di là”; è un ponte che viene attraversato psicologicamente da Eddie. È un ponte che dovrebbe essere attraversato completamente da Popolizio per la piena resa della sua messa in scena.
Beatrice Ceci
UNO SGUARDO DAL PONTE
di Arthur Miller
traduzione Masolino D’Amico
regia Massimo Popolizio
con Massimo Popolizio
e Valentina Sperlì, Raffaele Esposito, Michele Nani, Lorenzo Grilli, Gaja Masciale, Felice Montervino, Marco Mavaracchio, Gabriele Brunelli
scene Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci Gianni Pollini
suono Alessandro Saviozzi
produzione Compagnia Umberto Orsini, Teatro di Roma - Teatro Nazionale, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
durata 1 ora e 30 minuti








