Il fu Mattia Pascal (recensione)

 

Giorgio Marchesi in scena
m&s - Giorgio Marchesi in scena con Il fu Mattia Pascal (foto © media & sipario)

Giorgio Marchesi porta sul palco (e speriamo non si fermi) una coinvolgente rilettura di Pirandello

Alzi la mano chi non ha mai “dovuto” leggere “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello alle scuole superiori, costretto dal programma ministeriale o dal docente di letteratura di turno che sosteneva (a ragion veduta) fosse un importante passo per la propria crescita culturale e umana.

Alzi la mano chi non ha mai avuto, dallo stesso istituto scolastico o dallo stesso/a docente una “interpretazione” di questa pietra miliare della letteratura italiana come dramma esistenziale, tragedia che si consumava riga dopo riga, parola dopo parola. I più sfortunati (o fortunati, dipende dai punti di vista e sicuramente dalla successiva consapevolezza che la lettura o rilettura fosse effettivamente una “cosa buona e giusta”) hanno avuto anche la visione a teatro dell’opera pirandelliana in questione aggiungendo alla propria opinione un ulteriore tassello negativo o positivo.

Certi del fatto che nessun adolescente sia mai completamente consapevole della bellezza dei testi che gli si propongono (con le dovute eccezioni) siamo particolarmente felici nell’apprendere e constatare come “Il Fu Mattia Pascal” di Giorgio Marchesi che firma anche la regia con Simonetta Solder, con le musiche originali eseguite dal vivo da Raffaele Toninelli, e la produzione del Teatro Ghione di Roma sia proposto anche nelle scuole e con il meritato successo che gli è dovuto.

Andiamo però con ordine, soprattutto per quei pochi rimasti che non conoscono la trama. 
Mattia Pascal vive a Miragno, un immaginario paese della Liguria ed abbastanza agiatamente grazie all’eredità lasciata dal padre, ottimo mercante. Purtroppo l’amministratore al quale la madre di Mattia si era rivolta, Batta Malagna, dilapida gli averi rimasti in affari disonesti e Mattia, per vendicarsi, ne compromette la nipote Romilda che è quindi costretta a sposarlo. La vita però non è mai come uno se la immagina e stanco dell’inferno in cui moglie e suocera (con cui vivono) lo costringono, nonché del lavoro umiliante come impiegato in biblioteca, Pascal decide di fuggire per tentare una nuova vita. Mentre a Montecarlo ha vinto una ingente somma di denaro legge sul giornale della sua presunta morte e conscio di potersi inventare una nuova identità diventa Adriano Meis. Viaggia e poi si stabilisce a Roma, a pensione dal signor Paleari, della cui figlia Adriana si invaghisce tanto da volerla sposare ma… Ma Adriano Meis non esiste e quindi non può sposarsi. Decide quindi di reinventarsi nuovamente: inscena un finto suicidio per riprendere la sua vera identità ma tornato a Miragno scopre che sua moglie si è risposata, ha una bambina e che nessuno lo riconosce. Che fare a questo punto? Rinchiudersi in biblioteca, scrivere la propria storia ed andare a visitare la sua tomba di tanto in tanto perché Mattia Pascal è ormai “il Fu Mattia Pascal”.

Come fa Giorgio Marchesi a condensare in circa 75 minuti tutta questa storia? Semplicemente calandosi direttamente nelle vesti di moderno Mattia Pascal che arriva dalla platea e guadagna il proscenio e il palco in frac bianco ed anfibi e comincia, come moderno cantastorie a raccontare la “sua” storia. Accompagnato dal Maestro Raffaele Toninelli al contrabbasso spoglia il testo di Pirandello dalle sovrastrutture che ha accumulato negli anni, dalla polvere delle biblioteche nelle quali è rimasto tra gli scaffali e lo riporta, aiutandolo con sfumature più contemporanee, a tutto quel tracciato di ironia e divertimento tipico della scrittura dell’autore siciliano.

Certamente il fatto che Pascal abbia deciso di lasciare la sua vita e si sia reinventato addirittura due volte (o forse anche tre: Mattia diventa Adriano, vuole tornare nei panni di Mattia ed infine rimane con Fu Mattia Pascal) lascia trasparire il dramma di un’insoddisfazione latente ma tutta l’architettura drammaturgica è vivace, divertente ed estremamente contemporanea, talmente tanto da sembrare scritta in questi giorni. Marchesi vi si innesta in maniera perfetta, parla in prima persona, ma anche in terza, perfettamente a proprio agio, mostrando al pubblico un personaggio dopo l’altro senza indossare maschere (tema molto importante per Pirandello) pur rimanendo sempre se stesso, come se stesse sfogliando insieme a noi le pagine del libro oppure un immaginario album di fotografie nelle quali indica, di volta in volta, Batta Malagna, Romilda, La vedova Pescatrice (sua suocera) o Pomino.

Cammina attraverso la storia ed i personaggi con gli anfibi , un piede nel passato ed uno nel presente, enfatizzando l’atemporalità della storia e la sua estrema contemporaneità e sottolineando con la musica le varie fasi della narrazione. Dal contrabbasso di Toninelli alla musica elettronica quando Mattia diventa Adriano in bomber arancione, trasformando il palco in una discoteca per la riacquistata (temporanea e non sicura) libertà. La sensazione è che Marchesi sia riuscito nell’obbiettivo non solo di riscoprire le origini della scrittura di Pirandello, bensì anche di spogliarlo di fronzoli non necessari: è come se avesse trasformato un’opera lirica in una canzone rap per farla comprendere anche alle menti più semplici e più contemporanee. D’altra parte, quante volte ci si inventa o reinventa una vita? Anche solo sui social, utilizzando i filtri o cercando i like, si cade nel tranello di diventare il “fu” piuttosto che il sé.

Immediato, ben costruito, con un linguaggio leggero ma non banale, anzi! Musicalmente poetico potrebbe forse rendere appieno questo spettacolo recitato e realizzato con un efficacia che ci porta a chiedere: ma perché Marchesi non pensa di operare questa rilettura anche per “Uno, Nessuno Centomila”, del quale molti pensano che “Il Fu Mattia Pascal” sia una prova più che riuscita? Potrebbe fare la felicità non solo nostra, ma anche di molti studenti.

Teatro Ghione Roma
presenta
IL FU MATTIA PASCAL
dal romanzo di Luigi Pirandello
con Giorgio Marchesi
musiche dal vivo Raffaele Toninelli
adattamento Giorgio Marchesi
regia Giorgio Marchesi e Simonetta Solder
costumi Daniele Gelsi
disegno luci Luca Palmieri
audio Fabrizio Cioccolini
durata un atto unico di 75 minuti

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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