Storie Bastarde (recensione)

Sei di Ostia se ti accorgi che le cose non hanno un prezzo, ma un peso (Davide Desario)

immagine di un uomo con una felpa e le braccia protese
m&s - Fabio Avaro, protagonista di Storie Bastarde

Ostia, per chi non lo sapesse, si trova sul litorale romano, nel passato quella che veniva chiamata il mare di Roma, era spesso protagonista di film in bianco e nero che raccontavano la gioia italiana del primo benessere dopo la Seconda Guerra Mondiale. Le domeniche incolonnati sulla "via del mare", tutta la famiglia al completo, e tutta anagraficamente rappresentata, con il classico pranzo consumato sotto l'ombrellone, il cocomero messo a rinfrescarsi sulla battigia e i ragazzini che strepitavano o piangevano, perché veniva impedito loro di fare il bagno appena mangiato (uno su tutti, il bellissimo "Domenica d'agosto" di Luciano Emmer, 1950).

Possiamo forse considerarla periferia, anche se con il rango e la legittima aspirazione ad essere città, con il normale anelito che ogni piccolo centro - che comunque si avvicina, se non ha già superato, ai 100.000 abitanti - prova nei confronti del più grande, ingombrante e troppo vicino, forse anche soffocante, a maggior ragione quando "quella grande" lo è talmente da essere la "Capitale".

Prima è venuto Pasolini, prima in forma letteraria e cinematografica, a raccontare un punto di vista completamente diverso sulla sua Roma e romanità, poi - purtroppo - la cronaca del suo brutale omicidio, ancora poco chiaro, e consumato, appunto, ad Ostia. Continuando a venire avanti, verso i giorni nostri, rimane comunque indiscusso il legame di fonti che conduce dalla - purtroppo - criminalità "vera" e quella "raccontata", un trait d'union dove si colloca anche l'opera omonima del giornalista Davide Desario - un romanzo a tratti autobiografico - da cui è tratto lo spettacolo portato in scena.

Il racconto - non è un vero e proprio monologo, anche se Fabio Avaro è solo in scena - abbraccia circa un ventennio dello scorso secolo, dagli anni '70 fino agli anni '90, presentando la vita apparentemente semplice di alcuni protagonisti, lontano dal caos della metropoli. Prima di più, poi sempre meno, la vita dei ragazzi si svolgeva in strada, ma non perché si era sbandati, ma solamente perché la strada - con poche macchine circolanti, il mare e il cielo stellato, il verde e tanto spazio - permetteva di trasformare il quartiere in un enorme parco giochi, dove un pallone e tanta fantasia consentivano di passare giornate intere, scandite solo dai richiami - urlati dai balconi - dei genitori che invitavano a salire a casa, perché era pronta la cena. 

In questo contesto sociale di vera comunità (non ancora virtuale) c'è ovviamente tutto e tutti, il figlio dell'operaio o dell'impiegato e quello del delinquente (ma sempre di figlio si tratta), i ragazzini tra loro non conoscono discriminazioni, l'unica barriera sociale riconosciuta e applicata è che quello più scarso va in porta e il proprietario del pallone gioca sempre. Atmosfere pacifiche che la droga e la malavita romana sempre più organizzata e politicizzata provvederanno a cancellare, probabilmente per sempre. Atmosfere di progressivo degrado e incuranza (soprattutto da parte di chi, istituzionalmente, ha sempre girato la testa dall'altra parte) che - cinematograficamente - ha perfettamente descritto Claudio Caligari con "Amore Tossico", nel 1983, e con "Non essere cattivo", nel 2015.

Fortunatamente, a fianco di tutto questo, c'è anche la voglia di ridere, la battuta tipicamente "romana", l'atteggiamento comicamente esagerato e la poesia, perché può esserci sempre qualcosa di buono sul lato estremo del malaffare, importante è non perdersi d'animo e che una "una risata (vi) seppellirà" chi ha fatto della totale mancanza di regole il proprio credo. Sono tutti modi di resistere alla quotidiana ingiustizia. Se possano essere sufficienti, va scoperto in teatro. Noi abbiamo fatto così. Ma soprattutto ci siamo ricordati che di Storie Bastarde in Italia e nel mondo ce ne sono veramente tante, non solo ad Ostia.

STORIE BASTARDE
Storie di Ostia di altri tempi
adattamento teatrale di Ariele Vincenti e Fabio Avaro
dall'omonimo romanzo di Davide Desario
con Fabio Avaro
regia Ariele Vincenti
disegno luci e supporto tecnico Maximiliano Lumachi

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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