"Giudice mi oppongo!". Questa è la frase che tutti gli spettatori avrebbero voluto pronunciare, nel caso in cui fossero stati designati come pubblica accusa e non il "difensore d'ufficio" del "titolista" della pièce "C'è poco da ridere".
L'unico motivo per il quale Eugenio Maria Bortolini, nel dare il titolo alla sua trasposizione di "Difensore d'Ufficio" (dell'autore inglese John Mortimer), potrebbe essere assolto è che la coppia costituita dall'avvocato Morgenhall (lo stesso Bortolini) e dal detenuto reo confesso ma in attesa di giudizio, Fowle (Lorenzo Ansaloni), dà al pubblico sì il diritto di dire "c'è poco da ridere", ma solo perché ci si diverte tanto, fino alle lacrime.
Nella cella di una prigione londinese Fowle sta attendendo, molto pacatamente e tutto sommato a proprio agio nel silenzio che lo circonda, di essere chiamato nell'aula di tribunale per essere giudicato in riferimento all'accusa di uxoricidio, reato del quale tra l'altro lui stesso si dichiara colpevole. Per riuscire a farlo scagionare, entra nella cella ad interrogarlo e decidere una linea di difesa, il rumoroso e altezzoso avvocato, virtuoso del "foro", Morgenhall che vuole fare di questa sicura - a suo dire - assoluzione la pietra miliare della sua carriera, il caso che darà una svolta decisiva al suo percorso nella aule di tribunale.
In un dialogo serrato dal continuo scambio di battute, nel quale spesso entra prepotentemente la figura assente (solo dalla scena?) della Giustizia, Bortolini dipinge due figure che spesso si somigliano, due uomini al margine che cercano a loro modo una soluzione di vita, mettendo in scena un pregevole gioco di meta-teatro nel quale i due inscenano il processo ed una gloriosa vittoria, dovuta alla capacità oratoria del "grande avvocato".
Bortolini firma una regia intelligente, ben ritmata, fatta di gag e di dialoghi ben articolati, tenendo per sé il ruolo dell'avvocato tronfio ma comunque ai "margini", un uomo che ha sempre "guardato dalla finestra" scorrere la vita degli altri e forse anche la propria. Traccia, disegnandolo appena, il "momento del riscatto" di Morgenhall, che non si rende conto come, ancora una volta, stia osservando invece di agire, questa volta un "povero diavolo" che ha, come unica colpa, il fatto di "amare il silenzio".
Ansaloni ricorda a tratti, aiutato anche dalla fisionomica (soprattutto nella parte inferiore del viso) un giovane e compianto Robin Williams: il suo uomo mite, ma capace di "uccidere" passa da espressioni di ingenuità che rasentano la "stupidità" ad altre di arguta intelligenza, senza per questo perdere di credibilità, ma anzi tenendo costantemente viva l'attenzione dello spettatore, che rimane "spiazzato" dai continui cambiamenti di personaggio all'interno dello stesso ruolo.
Applausi a scena aperta e lunghi al termine di uno spettacolo che lascia un solo interrogativo: la Giustizia, vera protagonista di tutta la pièce, (o dovremmo dire la "ragione"?) da che parte sta?
Durata dello spettacolo: 90 minuti circa senza intervallo.
Curiosità: nel 1962, “Difensore d’ufficio" approdò ad una versione cinematografica, “Trial and Error”, interpretata da Peter Sellers e Richard Attenborough per la regia di James Hill. Nel 1967 nacque una versione italiana ad opera di Guglielmo Morandi, con Sergio Tofano e Antonio Battistella. In teatro la commedia è stata interpretata, fra gli altri, da Enrico Maria Salerno e Ivo Garrani, per la regia di Anton Giulio Majano, in una versione trasmessa dalla RAI il 26 maggio del 1959.









