Ti amo da morire (recensione)

Heaven can wait And a band of angels wrapped up in my heart Will take me through the lonely night Through the cold of...

Angelica e Luisa
m&s - Vanina Marini è Angelica, Federica Colucci è Luisa (foto © media & sipario)

E’ possibile prendersi gioco della morte? La risposta è sicuramente sì e se andiamo a ripercorrere gli anni indietro del mondo della cultura e dello spettacolo, tutti i grandi lo hanno già fatto, a partire dalla stupenda poesia (di alto significato) che Totò, vestito del prezioso abito del Principe De Curtis, declamava. Per dare un altro esempio, spostiamoci sulla musica, al soldato che corre con il suo cavallo verso Samarcanda, dove troverà però ad attenderlo quella nera signora, segno ineluttabile di un fato già scritto in precedenza. Ma il destino è comunque modificabile, almeno al cinema, e ce ne dà una grande dimostrazione il capolavoro di Frank Capra, quello in cui l’angelo Clarence si prende amorevoli cure di George Bailey. Assodato che di morte si può parlare anche con il sorriso alle labbra, Danilo De Santis (autore e regista del testo) rafforza il contesto con una nota in più, inserendo nella sua commedia la massima forma di crudeltà umana, l’omicidio, ma stemperata da un’altra forma di morte, quella della notorietà, a cui viventi e zombie non possono riuscire a sottrarsi, a volte nemmeno volontariamente.

Angelica (Vanina Marini) e Lucrezia (Maria Teresa Pintus) sono intente nella lettura dei giornali come ogni giorno (si misura così il tempo che passa anche lì?), in attesa ad una barriera doganale che qualcosa di importante succeda, la sbarra si alzi e venga loro permesso di oltrepassarla verso… qualcosa sicuramente di altro. Alle due anime in pena si unisce praticamente da subito una terza, Luisa (Federica Colucci), che appena superato l’iniziale e comprensibile stupore non può che unirsi alle altre due compagne nella particolare sala d’attesa, dando così ulteriore incremento in quello che sembra essere un “fenomeno” da sempre inarrestabile, quello degli assassini al femminile. Le prime due sono maggiormente esperte, Lucrezia “attende” addirittura da 27 anni, e mettono la neofita Luisa al corrente delle regole non scritte da nessuna parte che disciplinano la loro sofferta impazienza davanti alla sbarra: l’unica distrazione e possibilità di andarsene è legata al pacco di giornali che viene loro consegnato da un giovane (Filippo Velardi), apparentemente solo un fattorino o poco più, ed una misteriosa lista, nel gabbiotto della dogana.

La “quotidianità” (se possiamo definirla così) viene bruscamente interrotta dall’ingresso in scena di un uomo, il primo finalmente, in divisa da doganiere, che scopriremo chiamarsi Carlo (Bruno Governale). Al suo essere morto, ma non ancora morto, alla sua voglia di vivere perché deve sposarsi (il mutuo della casa, chi lo paga adesso, mi dici chi lo paga?), al suo senso di attaccamento ai doveri materiali e sociali è legato tutto il dipanarsi successivo del racconto teatrale, che riceverà un ulteriore ed ultimo colpo di scena con l’arrivo di Antonello (Fabio Avaro), romano e romanista e personaggio di completa rottura e vivacità. Volendo spostare l’attenzione sul “crime” in stile anglosassone: ora ci sono tutti gli elementi (vedi personaggi) che sono necessari perché il pubblico in sala riesca a venire a capo dei collegamenti logici che intercorrono nelle vicende personali dei cinque, più il misterioso fattorino che ogni giorno si presenta con il suo pacco di giornali, dalle dimensioni variabili.

Se analizziamo la breve nota dell’autore, sui motivi che lo hanno spinto a scrivere questo testo, esasperato dalla spettacolarizzazione delle morti, ci troviamo di fronte ad un completo stravolgimento del “sepolcro” foscoliano, lo scomparso non vive più nel ricordo (affettuoso) di chi ha lasciato dietro di sé, ma nella quantità di pagine che gli vengono dedicate, le interviste a parenti, amici e vicini di casa, convinti alla presenza in video o audio perché potranno così apparire per una volta al telegiornale, fare una o più "ospitate" (anche e soprattutto a pagamento) nei contenitori televisivi, a fianco di “opinionisti” rissaioli e starlette siliconate, quando poi non saranno i testimoni delle becere ricostruzioni di improvvisati detective mediatici, con telefonata da casa e pubblicità incombenti.

Ti amo da morire, in maniera nascosta e confusa tra le battute e i battibecchi, forse in una forma appena eccessiva, mette alla berlina l'abitudine tutta moderna di mancare di rispetto alla morte, anche da parte di chi la morte l’ha subita, ma è ancora troppo ancorato alla terra, per rendersi conto che certe ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive. Per non parlare poi di come i media approcciano con tatto e delicatezza chi ha da poco persa una persona cara o la continua presenza di telecamere e macchine fotografiche ai funerali, perché se c'è un "diritto di cronaca", ci dovrebbe essere, molto più potente, anche un dovere di sensibilità.
Se al sentimento “dolore” si riuscisse nuovamente ad associare quello del “rispetto”, avremmo sicuramente alcune interviste in meno, sparirebbero tanti click, ma otterremmo in cambio una società appena migliore di quello che è. Ma questo non è sicuramente il compito del teatro: questo luogo serve a presentare pensieri e a suscitare riflessioni, tutto il resto va fatto fuori da qui, una volta spenti i riflettori, ringraziato il pubblico presente e chiuso il sipario. 

TI AMO DA MORIRE
di Danilo De Santis
con (o.a.): Fabio Avaro, Federica Colucci, Bruno Governale, Vanina Marini, Maria Teresa Pintus, Filippo Velardi
tecnico audio-luci Danilo Iannacci
regia Danilo De Santis
produzione Gli Psicodrammatici

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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