Tutto il nero che ho (recensione)

Ogni anno la farfalla monarca compie un lungo viaggio per migrare dal Canada agli Stati Uniti

Questa trasvolata, molte volte, si interrompe contro le auto americane, mettendo la parola fine davanti al tentativo di cambiare la propria vita. E' questo il pensiero che ossessiona John, il protagonista di Tutto il nero che ho.

Si prende spunto da una precedente mise en espace, Farfalle, che lo stesso regista (Emiliano Russo) ed interprete (Luca Avallone), accompagnato però sul palco da Diletta Masetti, avevano già presentato al pubblico l'estate scorsa. Ma come spesso succede cimentandosi con personaggi e tematiche così intense, il racconto, ora in forma di monologo, ha preso vita propria ed ha avuto il sopravvento sulle iniziali intenzioni del regista, facendo risaltare con un naturale e profondo lavoro artistico combinato la crudeltà dell’adolescenza, lo sradicamento della e dalla vita quotidiana, il silenzio assordante della solitudine e la mancanza di ascolto e considerazione da parte degli "adulti".

La costruzione del personaggio mi ha fatto rivedere profondamente la scrittura iniziale. Poi, anche grazie alle indicazioni e alla disponibilità di Luca, e della nostra produttrice, Daria Veronese, è stato praticamente "naturale", quasi obbligatorio, mettere in drammaturgia la disperata impossibilità di sentirsi giovani e felici, cui tutti gli adolescenti dovrebbero aspirare. Siamo stanchi, ma soddisfatti del lavoro che abbiamo fatto e non vediamo l'ora di presentarlo al pubblico per riceverne le sensazioni, ci ha raccontato prima della visione Emiliano Russo.

Sono le sette di mattina di un giorno qualunque, ma per John - da poco lasciato dalla sua Lea - non è un giorno qualunque. Questa mattina si è svegliato con tanta rabbia in corpo, prova una brutta e oscura sensazione che gli sale e permane in bocca e che nessun dentifricio riesce a pulire via. Sente solo il bisogno di parlare, di sfogare almeno a parole la sua rabbia, ma chi lo ascolta? In casa sicuramente nessuno e si sta facendo tardi, John deve andare a scuola. Sull'autobus, tra tanti altri sconosciuti, il ragazzo prova a trovare conforto nel fiume di parole che rovescia contro gli altri passeggeri, ma è tutto inutile: nessuno dei presenti vuole ascoltare, risulta - per tutti - essere solo un fastidio. 

Finalmente a scuola, tra insegnanti "premurosi", preoccupati solo di impartire nozioni, di riempire la testa e il corpo di John di informazioni che, in questo momento, non gli servono a nulla. "A cosa serve sapere certe cose se poi la rabbia non passa?" è la riflessione di John. Il ragazzo non si sente solo, ma è solo. Nessuno prova interesse per come sta, nessuno riesce a capire quanto sia stato devastante essere lasciato da Lea. I suoi genitori sembrano totalmente indifferenti e incuranti di tutto quel "nero" che sale e sale e lo ricopre dai piedi alla testa. John continua ad urlare, più a se stesso che agli altri, in testa le farfalle che tentano di attraversare il confine e si schiantano sui frontali delle auto che nemmeno si accorgono di loro.

Il disagio adolescenziale si può e si deve raccontare ed ascoltare, almeno in teatro, e quando lo si fa in questa maniera si raggiungono risultati che nessuna conferenza o approfondimento potrebbe riuscire a restituire. La situazione di John, che potrebbe anche chiamarsi Giovanni o Jean che nulla cambierebbe, è molto più comune di quello che si potrebbe pensare e gli adulti - almeno tutti quelli che sono entrati in teatro - dovrebbero imparare che quello che per loro è insignificante, se elaborato da un giovanissimo, è invece importante, fondamentale e, purtroppo spesso, devastante. Il teatro ha il solo compito di offrire spettacolo e spunto riflessivo, sta poi a noi trasformare questo messaggio in buoni comportamenti. Compito molto difficile, visto che c'è sempre una strada ad alta velocità da attraversare.

Capsa Service
presenta
TUTTO IL NERO CHE HO
con Luca Avallone
regia Emiliano Russo
disegno luci Massimo Sugoni
tecnico audio/luci Giampaolo Amico
durata 55 minuti senza intervallo

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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