La Tosca di Hugo De Ana all'Arena di Verona (recensione)

Tosca è Roma, la Roma dei primi Ottocento, con il “Santissimo governo”, Napoleone alle porte e tanta voglia di libertà

immagine della Tosca
m&s - Tosca (foto © Arena di Verona)

Tosca è presente nell’aria, negli odori dell’incenso, nei pomposi paramenti sacri, nelle campane delle mille chiese, nelle note cupe sulle brume mattutine, nei sospiri amorosi di un pastorello.

Il regista argentino Hugo De Ana - suo l’allestimento griffato 2006 e ripreso per la stagione “Numero Cento” dell’Arena di Verona - ci propone  la Roma di Tosca con estremo verismo lirico, sulle antiche pietre del mega anfiteatro scaligero, dove s’acquatta, come un gigante, spada in mano, la mole rassicurante  dell’ arcangelo Michele, simbolo di giustizia.

Tre luoghi emblematici della città eterna, Sant’Andrea della Valle, Palazzo Farnese, Castel Sant’Angelo, appena accennati in convincenti sintesi scenografiche, che lasciano allo spettatore ampi margini di immaginazione. Tre personaggi sanguigni, Floria Tosca, Mario Cavaradossi e Scarpia. Quattro morti violente, di cui due suicidi.

De Ana  fa valere i robusti fondamentali di uomo di teatro nel maestoso Te Deum per una battaglia persa da Napoleone a Marengo (Fu spennato, sfracellato e piombato a Belzebù). Il rito di ringraziamento è una miscela esplosiva di musica sacra e profana nelle voci e nei panni di oltre un centinaio di fedeli tra chierici, sacerdoti, vescovi, dignitari, nobili e popolani, in sontuosi costumi d’epoca dello stesso De Ana. La scena se la prende Scarpia, capo della polizia pontificia. Nei suoi occhi s’accende il desiderio di Tosca (Diva e cantante) di cui pregusta la conquista. Il tutto mentre un paio di cannoni di Castel Sant’Angelo entrano in orchestra e sparano a salve sul pubblico, scandendo con tuono soffice e fumoso, i tempi dell’Adjutorium nostrum in nomine Domini. Di fronte all’immagine del Cristo crocifisso, Scarpia ha un sussulto di  ravvedimento (Tosca mi fai dimenticare Iddio!) e si fa il nome del padre, mentre d’improvviso appaiono dal nulla i simulacri di antichi  prelati, usciti dall’aldilà a rendere la visione più travolgente.

 Ma non solo Te Deum. Nel salotto di Palazzo Farnese del secondo atto, a contatto con la stanza della tortura (Questo è luogo di lacrime) e il teatro dove canta la Diva, si fanno carne le avances di Scarpia su Tosca con la promessa, in cambio di un istante d’amore, di libertà e grazia per il suo Mario.

L’alba del terzo atto s’annuncia col suono dei corni che filtra negli angoli tenebrosi della cella di Cavaradossi facendo eco a quello delle campane nelle varie tonalità, sullo sfondo immaginario di una Roma ancora assonnata. De Ana riserva a Tosca il coup de théâtre, facendola apparire con la croce in mano, tra il buio totale, in cima all’arcangelo Michele dopo il grido finale O Scarpia davanti a Dio.

Puccini ha fatto di Scarpia il personaggio simbolo del potere pontificio. Galante, sadico, libertino, padrone della scena fin dal suo ingresso, irruente, a Sant’Andrea della Valle a redarguire il frastuono dei chierici (Un tal baccano in chiesa). Non ha una romanza tutta sua, ma è sempre presente, anche quando non si vede e non si sente. Osso duro per ogni baritono che Roman Burdenko nelle rappresentazioni del 5 e 10 agosto ha affrontato con grande virilità scenica e vocale, confermando una controllata sapienza musicale e teatrale, senza mai strafare.

Sonyia Yoncheva fa sue le indicazioni di Puccini che in Vissi d’arte raccomanda di non gridare, ma di pregare. E lo fa in ginocchio, implorante. Il pubblico apprezza e le riserva un prolungato applauso. Da lodare il suo impegno nel dare la giusta luce al libretto e allo spartito, con intonazioni e coloriture appropriate, sia nel duetto con Mario (Non la sospiri la nostra casetta), che nelle insidiose sequenze tra gli artigli del suo aguzzino. Tempi ben studiati  nel ricomporsi dopo la coltellata inferta a Scarpia e nel sistemare il candelabro e il crocifisso sul cadavere.

I trascorsi giovanili di Vittorio Grigolo alla Schola Puerorum cantorum della Cappella Sistina guidata da Bartolucci si fanno sentire e vedere nella struttura vocale e nel portamento misurato di  innamorato e rivoluzionario che poco concede  ad inutili accenti. La sua voce è perfino carezzevole in alcuni passaggi intimi come O dolci mani mansuete e pure. Il suo Cavaradossi  si fa apprezzare per espressività vocale e interpretazione appassionata. E lucevan le stelle ha sortito l’effetto di un gol da stadio. L’opera pucciniana gli ha portato fortuna, dal  momento che il suo debutto al Costanzi  di Roma nel 1990 è avvenuto proprio con Tosca nella parte del pastorello. Aveva tredici anni.

Meritano il doppio asterisco gli altri interpreti del cast, a cominciare da Giulio Mastrototaro nei panni del Sagrestano. E poi Giorgi Manoshvili (Cesare Angelotti), Carlo Bosi (Spoletta), Nicolò Ceriani (Sciarrone). Dario Giorgelè (un carceriere) ed Erica Zaha (un pastore). Francesco Ivan Ciampa alla guida dell’orchestra della Fondazione Arena si fa notare per la precisione nei dettagli, segnale di uno studio coscienzioso e approfondito. Dirige con gesti essenziali ed espressivi, usando ogni mezzo, anche gli occhi, come lui stesso ha confessato. Il Coro diretto da Roberto Gabbiani (affiancato dal Coro di voci bianche A.d’A.Mus. guidato da Elisabetta Zucca) è sempre una sicurezza nelle produzioni areniane. Risolve con la giusta intonazione il passaggio insidioso del secondo atto nella cantata polifonica fuori scena. Sale, ascende l’uman cantico. Prolungati applausi degli oltre ottomila spettatori. Prossima ed ultima rappresentazione di Tosca  il 1° Settembre.  

Vincenzo Ceniti

Giornalista
Direttore per oltre trent’anni dell’Ept/Apt. Ha curato l’organizzazione di numerose edizioni del Festival Barocco di Viterbo e di altre iniziative di ogni genere. Console di Viterbo del Touring Club.
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