Un litigio come tanti di una coppia come tante, in una casa come tante. Fuori dell'appartamento della coppia in costante discussione abbiamo il rumore delle armi, lo scoppio di bombe e granate, le fucilate dei cecchini, le rappresaglie e i rastrellamenti. Assistiamo, proiettati sullo schermo a fondo palco a scene che - fortunatamente - non ci appartengono direttamente, o perché lontane nel tempo o perché lontane geograficamente, ma che comunque abbiamo imparato a conoscere. I conflitti "degli altri" scorrono a partire dalla Prima Guerra Mondiale, fino ai conflitti recentissimi, che fanno da ideale e cinico sfondo su cui si dispone il conflitto di Lui contro Lei.
Lui è piuttosto preso dalle sue minuscole "costruzioni" (chissà perché sono sempre gli uomini ad avere un hobby solitario e in casa?) che dispone con cura su di un tavolo, Lei si prende cura della propria bellezza, indugiando su un rossetto fuoco e - contemporaneamente - lamentandosi del compagno. Come spesso succede i rimproveri si fanno eco di problemi mai risolti, addirittura di 17 anni prima. Sono sicuramente surreali – siamo consapevoli di assistere ad un lavoro di Eugène Ionesco - ma nemmeno troppo lontani dal litigio comune e normale di qualsiasi altra coppia. Lei gli rimprovera di aver dovuto abbandonare i propri figli (salvo dirci che non ne ha mai avuti). Lui le rimprovera di aver rinunciato alla possibilità di riunirsi alla precedente moglie (salvo dirci che la ex compagna si è già risposata). Sulla lite dei due si ergono, forti e disturbanti, i rumori del "fuori", della guerra e della morte, che intervengono a contrastare le parole di disprezzo che L&L si gettano contro.
Il conflitto familiare non può avere soluzione, soprattutto perché nessuno dei due contendenti ha intenzione di comporre la lite, preferendo puntare il dito contro le vere (o presunte tali) colpe dell'altro. E poco importa se una granata viene gettata all'interno della casa, basta riprenderla, fortunatamente inesplosa, e tirarla via dalla finestra.
La guerra è senza fine e senza motivo, come ogni guerra. È una forma di drammatico ingorgo sociale che arriva inaspettato, alla stessa maniera si dissolve, senza mai che si riesca a capire cosa lo abbia generato.
Il testo si attaglia perfettamente al pensiero del drammaturgo rumeno, in grado come pochi altri di mescolare continuamente le carte gettate sul tavolato del palcoscenico, perché qualche regista le raccolga, le mescoli nuovamente e le rigetti contro il pubblico, non prima di averne nascoste alcune nella propria vestaglia. "... voglio far apparire sulla scena una tartaruga, trasformarla in un cavallo da corsa, poi far sì che quest'ultimo diventi un cappello, una canzone, un corazziere, un'acqua di sorgente", ebbe modo di dichiarare Ionesco nel 1965, e questo gioco di ricerca tendente al caos arriva al pubblico, anche grazie all'interpretazione dei due protagonisti, che riescono a spostare l’attenzione dalla guerra per celarla sotto le tante parole del loro insignificante litigio.
Lui e Lei non si curano degli altri ed è paradossale che nessuno di noi spettatori dia importanza ad altro se non alla loro discussione, le immagini violente che scorrono in video diventano ben presto uno sfondo neutro, come succede con la crudeltà dei telegiornali, oggetto di attenzione tra un “mi passi l’acqua” e l’altro. In fin dei conti non ci riguardano e la genialità di Ionesco si legge anche in questo. Riflettendoci non possiamo sicuramente rallegrarci che sia stato così abile nel prendersi gioco di tutti noi.
DELIRIO A DUE
di Eugène Ionesco
traduzione Gian Renzo Morteo
regia Fabio Galadini
con Fabio Galadini e Valentina Morini
video Laura Girolami
sound design Mauro Lopez
aiuto regia Raffaele Balzano
scene e costumi Lorenzo Rossi
musiche Frederic Rzewski, Giacinto Scelsi, Luigi Nono
durata un atto unico di circa 55 minuti







