Ognuno di noi – lo possiamo dire con assoluta certezza – ricorda cosa vuol dire frequentare le scuole medie: quella terribile tripletta di anni scolastici in cui sei ancora troppo piccolo per definirti ragazzo, ma sei già irrimediabilmente uscito dall’infanzia; quella zona grigia cui gli adulti stessi guardano con timore, come se in una bella mattinata d’estate vedessero i nuvoloni neri addensarsi all’orizzonte e fossero indecisi se cominciare a tirare dentro la tavola imbandita per il pranzo domenicale o indugiare ancora un po’ in giardino. Sono gli anni in cui adolescenti e adulti si sentono inadeguati, inadatti e fuori posto, in cui tutti abbiamo percepito che i vecchi equilibri si erano rotti per sempre e in apnea abbiamo atteso che se ne creassero di nuovi.
Ringraziando il Cielo, per ragazzi e genitori quell’attesa prima o poi finisce. Ma c’è qualcuno per cui quell’attesa non finisce mai. O meglio, per cui non inizia nemmeno: c’è qualcuno per cui tutti i giorni sono uguali a quella bella mattina con l’aria carica di umidità e che assicura grandine. Quel qualcuno è il professore. Ogni anno lo stesso copione, dice il prof. Ardeche (Fabrizio Bentivoglio), stesso palcoscenico, stessa scatola di cemento, cambiano solo gli attori.
Quando si accendono le luci sulla cattedra in mezzo al palcoscenico, immediatamente la camicia con il colletto infilato nel maglioncino scuro e i pantaloni anonimi ci ricordano un nostro insegnante del passato, non importa quale, tutti abbiamo visto dietro una cattedra un tipo come lui. È la personificazione dell’idea stessa di professore, con l’occhiale dorato che mette solo per leggere e i capelli bianchi pettinati con cura, con un libro sempre in mano.
Poi il nostro docente comincia a raccontare. Con le parole è in grado di alzare palazzi, dirà di lui un suo alunno, ma non farà nulla di tutto ciò: ci parlerà della sua classe, del suo mondo chiuso in quella scatola di cemento, sempre la stessa, di anno in anno, con la porta verde, la macchia di muffa su una parete e le luci a neon. Poi la riempie di volti e di nomi, o meglio, di soprannomi, che ritornano più o meno uguali tutti gli anni: il nostro professor Ardeche è bravissimo a capire chi sono i suoi alunni, li mette fin dal primo giorno di scuola in una categoria ben precisa che gli consente di non perdere tempo e di sapere subito con chi dovrà vedersela. E mentre ci racconta della classe di quest’anno, ci sembra davvero di vederli, di essere seduti tra i banchi con loro, ed è impossibile non ricercare se stessi in un qualche angolo.
Chi siamo stati noi? Raffreddore, nel banco vicino al "termo", con il terrore negli occhi se solo qualcuno allunga la mano verso la finestra? Fuggi Presto, con un piede costantemente fuori dalla classe? Oppure il Boss con il suo Body Guard? O ancora una Falsaria, una Campionessa, un Cartoon – o un Invisibile? Le parti sono sempre le stesse – ci ripete ancora una volta il professore – di anno in anno cambiano solo gli attori. E ogni anno, qualunque cosa faccia, lui perde qualcuno per strada. Chi sarà, si chiede davanti alla sua classe, chi sarà quest’anno?
Ci viene poi regalato un punto di osservazione privilegiato sulla vita della scuola: il professor Ardeche ci consente di sbirciare quello che succede durante le sue ore di ricevimento genitori, il giovedì dalle undici a mezzogiorno. Impariamo così a conoscere un quartiere difficile, dove culture molto diverse convivono gomito a gomito e spesso non in modo pacifico, in una Francia multietnica e impregnata di pregiudizi che non è poi così diversa da casa nostra.
Facciamo la conoscenza dei genitori degli alunni di Ardeche e veniamo risucchiati in un carnevale di religioni e mentalità diversissime, dove anche decidere il menù della gita di primavera è un vero problema e l’assegnazione di un tema può scatenare aspre polemiche. Ma il nostro professore, dall’alto della sua esperienza di insegnamento trentennale, sa anche imparare la rassegnazione indiana e la triste spensieratezza spagnola e cerca di trasmetterle al suo fresco collega di matematica, che ha appena smesso i panni del ricercatore e ha serie difficoltà a gestire la classe, che a più riprese paragona a uno zoo di bestie sempre più feroci.
Le stagioni si avvicendano velocemente e la scenografia essenziale ci accompagna con tocchi leggeri nel viaggio dell’anno scolastico: ci bastano una cattedra e un paio di sedie per trovarci nell’aula dove i professori ricevono, una catena di luci colorate sull’albero di cui si vede solo l’ombra per intuire dicembre e uno strato di spesso nastro isolante per capire che qualche alunno l’ha combinata grossa. Le parti sono sempre le stesse – ripete ancora una volta il nostro professore al termine degli scrutini, cambiano solo gli attori. Chi avrà perso durante l’anno?
In punta di piedi, con un’ironia pungente e una comicità tutta pirandelliana, “L’ora di ricevimento” porta lo spettatore a riflettere su così tanti temi da sembrare vita vissuta: si ride, si rimane increduli davanti a problemi che sembrano assurdamente sciocchi, ci si indigna e si ride di nuovo. Alla fine si resta sulla poltroncina a riflettere con un sasso nello stomaco, mentre la musica finale accompagna il buio sulla classe del prof.
L'ORA DI RICEVIMENTO (banlieue)
di Stefano Massini
con Fabrizio Bentivoglio
con Francesco Bolo Rossini, Giordano Agrusta, Arianna Ancarani, Carolina Balucani, Rabii Brahim, Vittoria Corallo, Andrea Iarlori, Balkissa Maiga, Giulia Zeetti e Marouane Zotti
scena Marco Rossi
costumi Andrea Cavalletto
luci Simone De Angelis
musiche originali Luca D’Alberto
voce cantante Federica Vincenti
regia Michele Placido









