"Mio nonno è morto in guerra - Voci, canzoni e memorie della Seconda Guerra Mondiale" - scritto, diretto e interpretato da Simone Cristicchi - è un delicato racconto di una memoria che purtroppo è sempre meno collettiva. Un testo desunto dall'omonimo libro del 2012 che l'autore ha realizzato, raccogliendo 57 storie "minime" di altrettanti reduci. Racconto che - teatralmente - è reso volutamente buio e scarno, perché l'argomento trattato non ha sicuramente voglia di luce, ma ha bisogno, ancora, di chiarezza e di dignità.
"Mio nonno si chiamava Rinaldo e, per fortuna sua e mia, non è morto in guerra. Partì come tanti altri per la campagna di Russia, ma a differenza di molti riuscì a tornare indietro. Però per tutto il resto della sua vita ha sempre avuto freddo". Nei primi minuti del suo "viaggio" Simone Cristicchi esordisce così, precipitando il pubblico della sala nel ricordo - ogni giorno che passa sempre più sbiadito - della Seconda Guerra Mondiale.
"Ho bisogno di alcune migliaia di morti per sedermi al tavolo della pace" (fonte: "L'Italia dell'Asse" di Indro Montanelli e Mario Cervi), aveva dichiarato Benito Mussolini, sottovalutando cinicamente quello che l'entrata in guerra di una nazione completamente impreparata avrebbe significato. Ma d'altra parte chi potrebbe esserlo? L'esigenza dell'osannato potente di trovarsi dalla parte del "vincitore" costringe migliaia di contadini, artigiani, commercianti e piccola borghesia, insomma gente comune, a vestire una divisa, armarsi (male) con un moschetto (gli eserciti contrapposti avevano però mitragliatori leggeri) e andare incontro alla morte o, per i più fortunati, ad un ritorno a "casa", spesso trovata distrutta, con notti insonni davanti e incubi per tutta la futura esistenza. Il "freddo", fino a 48 sottozero, è la costante accoglienza che Rinaldo Cristicchi riceve dalla "campagna italiana di Russia", dalla quale - fortunatamente almeno lui - riuscirà a tornare, ma a quale prezzo?
Il racconto è vivace e appassionante, asciutto e didascalico, curato come un buon libro di analisi storica, fatto di frasi lanciate addosso come pallottole di sensibilità acuta, come il "bambino mutilato da una mina che non è quella di una matita". Simone Cristicchi è abilissimo nel gettare contro il pubblico flash di un'esistenza che, per fortuna, nessuno dei presenti ha mai conosciuto, forse da bambini qualcuno - ma sicuramente pochi - ascoltato nei racconti dei "nonni Rinaldo" tornati indietro.
E poi la tanta "fame" sofferta, sia di chi è in guerra, sia di chi è a casa, sotto i continui bombardamenti, e gli atti di diverso coraggio dei giovanissimi partigiani che "giocano con la vita, ma non volevano", e delle "Mamme", impegnate nel cercare costantemente cibo da distribuire a bambini che nulla colpa hanno se non quella di avere sempre - e giustamente - fame, una sensazione sicuramente scomparsa e di complessa se non impossibile descrizione.
Il tono dello "spettacolo" si alleggerisce assistendo alla confusione mentale di giovani ("questi votano", ammonisce il personaggio scenico), impegnati in un quiz televisivo, che collocano negli anni '60 Hitler e Mussolini! Suscitano risate nei presenti, che possono con soddisfazione pensare di non essere così, ma per quanti sarà vero? Quanti hanno dimenticato e quanti non hanno mai voluto sapere o pensare.
Altro momento di alleggerimento la "guerra dei vecchi", così si salvano i giovani, e si sa che i vecchi poi troveranno un punto di accordo e tramuteranno i fucili in una pacifica contrapposizione a briscola o tressette. Si fa appena tempo a prendere fiato, che si scende nuovamente nell'abisso delle dignità violate e calpestate, di cui ancora una volta Simone Cristicchi è acuto narratore, senza la minima accezione politica, perché la dignità umana non conosce o colore o credo. Entra nello spettacolo il contributo del "magazzino 18", la decisione, sempre dei potenti, di cancellare radici ed esseri umani, semplicemente con un accordo tra le parti. Per alcuni si è trattato di un "risarcimento", per chi lo ha subito di una vera e propria "deportazione". In piena corrispondenza con la teoria "vichiana" dei "corsi e ricorsi storici" l'accoglienza tributata dagli italiani "altri" ai profughi provenienti da Venezia Giulia e Dalmazia, accusati di arrivare a "rubare il lavoro".
Simone Cristicchi fa sue alcune parti del discorso sulla Costituzione di Piero Calamandrei, lo stesso avviene con "La Storia siamo noi" di Francesco De Gregori. "La Storia siamo noi / Nessuno si senta offeso / La Storia siamo noi / Nessuno si senta escluso" sono i versi della canzone, e nessuno - a nostro giudizio - dovrebbe sentirsi escluso dal vedere "Mio nonno è morto in guerra" perché la memoria del passato costituisca, almeno in Teatro, un costante monito per il futuro.
Semplicemente commovente e suggestivo il finale: una dopo l'altra vengono posizionate 5 sedie vuote, altrettanti simboli delle 5 piccole storie che hanno trovato eco di massima dignità sul palco. Il pubblico si alza e tributa al nipote Simone il dovuto ringraziamento, accomunando in un unico applauso il nonno Rinaldo, ma anche l'affamato Attilio di Torpignattara, Eugenio e Iuliana, i triestini Rudi e Gigetta, il poeta romano Elia Marcelli. L'applauso è per tutti loro e per quelle 5 sedie vuote, per il ricordo suggestivo che ci hanno restituito dal palco, per l'arricchimento culturale che l'autore ed interprete unico è stato in grado di dare, per queste piccole pagine di storia di ieri con la speranza che non possa mai più diventare storia di domani.
MIO NONNO È MORTO IN GUERRA
Voci, canzoni e memorie della Seconda Guerra Mondiale
di e con Simone Cristicchi
adattamento e regia Simone Cristicchi
costumi Gianluca Carrozza e Francesca Novati
disegno audio e luci Andrea Balducci
video proiezioni Andrea Cocchi
contributi gentilmente concessi Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra
durata un atto unico di circa 80 minuti
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