Volendo sintetizzare al massimo, sono queste le due sole novità che accompagnano il pubblico prima e durante la visione di Misery, almeno sull'attuale stagione teatrale, dopo i tanti applausi (e riconoscimenti) dei passaggi precedenti, prima e dopo il Covid (che speriamo rimanga nei ricordi da cancellare).
Nel caso in cui, ma confessiamo che ci stupirebbe leggermente, ci sia qualcuno che non sa di cosa stiamo parlando, ci troviamo di fronte ad un solido thriller di successo, opera di un autore letterario di grande successo (Stephen King), molto frequentato ed utilizzato dal mondo del cinema che ha da tempo lavorato sui suoi testi per farne opere differenti, con diversi risultati. Sarebbe fuori luogo la valutazione del tutto soggettiva delle opere altre, di conseguenza ci fermiamo qui.
Ovvia comunque la citazione della celebre trasposizione su pellicola nel 1990, con protagonisti James Caan e Kathy Bates (il romanzo era stato pubblicato 3 anni prima), con un cambio di titolo per il film: quell'affermazione "non deve morire" si erge come un muro maestro su tutta la successiva costruzione, con un impatto sicuramente efficace. L'attrice, per la sua interpretazione, si è meritatamente aggiudicata sia l'Oscar che il Golden Globe (entrambi assegnati come migliore attrice). La sceneggiatura è stata scritta da William Goldman, la regia firmata da Rob Reiner, il film si è trasformato velecemente e a ragione in un cult del genere, che conviene possedere in dvd o ricercare sulle piattaforme di streaming (vista la tematica non è proprio adatto alla serata della famiglia riunita davanti alla tv).
Misery è una grande opera sul potere magico della narrazione. Ed ecco perché poter portare questa storia in teatro è una grande occasione e un grande privilegio. Perché il teatro è il luogo della Magia, scrive Filippo Dini nelle sue note e dobbiamo onestamente riconoscergli di essere riuscito in un'impresa non sempre possibile (ma non è nemmeno la sua prima volta, visto l'eccellente risultato di Rosalind Franklin. Il segreto della vita): accontentare il lettore appassionato (Stephen King ha un seguito inossidabile che attende con ansia ogni nuova opera, anche quelle meno riuscite), il cinefilo che ha visto e rivisto il film centinaia di volte e spesso non è disposto a transigere sulla minima variazione e lo spettatore teatrale, che non necessariamente deve appartenere ad una o entrambe le precedenti categorie, ma che sicuramente è in grado di apprezzare un lavoro solido quando gli viene posto davanti.
Quello che è indubbio è che il Misery teatrale non ha nulla di inferiore ai suoi due blasonati predecessori a stelle e strisce, tutto concorre perché la scena tridimensionale si presti a fornire le stesse forti sensazioni della parola scritta o dello schermo cinematografico, anche senza poter contare su primissimi piani, montaggio e inquadrature in grado di sottolineare maggiormente l'azione scenica. Il passaggio in teatro è arricchente e non sottraente.
La vicenda agghiacciante e claustrofobica dello scrittore caduto nelle mani dell'infermiera psicopatica rivive in teatro con la stessa identica forza delle immagini e della fantasia della parola, arricchito da un suono coinvolgente, luci giustamente premiate da un Premio Ubu nel 2021 e una scena ruotabile su sé stessa che colpisce e stupisce, permettendo una visione interna della vicenda che si svolge nella casa e nel patio dell'infermiera che normalmente in teatro non si riesce ad ottenere. Un orologio scenico che ci soddisfa sotto ogni suo aspetto e che continua ad assottigliare la sempre più lieve distanza tra le forme di intrattenimento. Ovvio che per ottenere tutto ciò si deve investire, ma se il risultato è questo non pensiamo che poi il pubblico volti le spalle e torni a guardare la televisione.
Dopo un giustissimo tributo al cast tecnico (annoveriamo nello stesso anche il regista, che comunque non è sicuramente una novità), dobbiamo però concentrarci sui due performer principali, coloro attorno ai quali tutto ruota e che hanno reso nel migliore dei modi la nostra esperienza visiva. Aldo Ottobrino ha l'ingrato compito di riuscire ad essere all'altezza della sua partner e riesce magnificamente in questo, mentre Arianna Scommegna è... Arianna Scommegna! Perfetta nella sua fisicità e nella sua voce, postura ed espressività (l'avevamo già applaudita in Utoya (recensione). Non abbiamo certezza di una possibile riproposizione di Misery nelle prossime stagioni, ma se così fosse andatelo a vedere: merita tutta la nostra attenzione. Misery, opera teatrale, non deve morire: sarebbe un'ingiustizia nei confronti del pubblico.
MISERY
di William Goldman
tratto dal romanzo di Stephen King
traduzione Francesco Bianchi
con Arianna Scommegna, Aldo Ottobrino, Carlo Orlando
scene e costumi Laura Benzi
luci Pasquale Mari
musiche Arturo Annecchino
assistente alla regia Carlo Orlando
regia Filippo Dini
produzione Fondazione Teatro Due
durata 2h e 30’ compreso intervallo








