Elia (Enzo Iacchetti) e Giovanni (Giobbe Covatta) sono due amici, compagni di stanza in un qualsiasi ospedale psichiatrico di una qualsiasi nazione, probabilmente europea. Hanno entrambi alle spalle un difficile passato che - dopo varie vicissitudini - li ha portati all'interno della casa di cura. Elia non ha mai conosciuto il padre ed ha vissuto sempre con la madre, fino alla sua morte. Giovanni ha un forte desiderio di sesso, anche se non lo ha mai realmente praticato. Uno dei due racconta storie improbabili e l'altro fantastica, fingendo di crederci. Due persone con problemi, sicuramente, ma non così devastanti da non permettere loro di trovarsi un piccolo spazio "fuori".
Hanno finalmente l'opportunità di uscire e di affrontare, sempre assieme, un esperimento per il loro reinserimento nella cosiddetta società "normale". Si trovano così, fuori, in un appartamento che condividono e con una nuova vita da percorrere, fatta di pulizie, di spesa quotidiana, di difficili uscite dal loro guscio protettivo (potremmo anche chiamarla comfort zone, che va tanto di moda oggi) anche solo per portare fuori l'immondizia, di complicato impatto con il sesso, per uno, e con i reading di poesia, per l'altro. Nella loro vita entrano anche tre personaggi femminili - Franci (Irene Serini), Manu e Rita, (interpretate entrambe da Gisella Szaniszlò) - uno dei quali sarà fondamentale per la loro strada verso il reinserimento sociale. Tutte le altre (molte) sfumature della storia, suggeriamo di andarle a scoprire direttamente a teatro.
Abbiamo una sola parola per definire il lavoro fatto dai due attori principali: ottimo. Covatta & Iacchetti portano per mano, dolcemente, il pubblico presente nel teatro, guidandolo con piacere reciproco alla scoperta della loro nuova vita. L'immediata simpatia che i due suscitano trasforma le loro fragilità di malati in punto di forza, facendo ridere (e tanto) con un gioco di battute dove i due si alternano il ruolo di spalla e di comico (entrambi di lusso). Il testo - nella traduzione in italiano di Giovanna Paterniti - si muove quindi con facilità fra più registri di narrazione, dal sentimentale al comico, mantenendo sempre costante l'attenzione dello spettatore che partecipa, quasi fino alla commozione e fin dalle prime battute, alla vita dei due inseparabili amici.
Uno spettacolo ben realizzato che i due attori interpretano magnificamente anche con il corpo, asservendo movimenti e gestualità al racconto. Una pagina di teatro che rende la malattia mentale come una leggera carezza, costringendo chiunque a rivolgere un pensiero (la magia del Teatro!) verso chi, in fondo, ha solo più bisogno di affetto di un altro per stare meglio, prendendo a prestito un bellissimo tormentone di Giobbe Covatta: "basta poco che ce vo'".
Matti da slegare (versione italiana della commedia Elling & Kjell Bjarne) è sicuramente da vedere, per comprendere con il sorriso che la malattia mentale in fin dei conti non è che una "malattia", più o meno curabile, ma non spetta a nessuno di noi sostituirci al medico. Quello che è certo è che l'applauso del pubblico è sicuramente una delle medicine migliori che il Teatro abbia mai potuto inventare. Guarisce davvero e da molte patologie.
MATTI DA SLEGARE
di Axel Hellstenius
traduzione Giovanna Paterniti
adattamento di Gioele Dix
con Giobbe Covatta ed Enzo Iacchetti
e con Irene Serini e Gisella Szaniszlò
scene e costumi Francesca Pedrotti
regia Gioele Dix









