Antonio Grosso rende omaggio a Vincenzo Cerami. Volendo, ma non vogliamo, potremmo cavarcela veramente con poco e chiudere questa recensione con sole 7 stringenti parole. Basterebbe elementarizzare (troppo) il lavoro scenico dell'artista nei confronti dell'artista, dell'uomo verso l'uomo, dello scrittore teatrale verso lo scrittore, non solo nei confronti del drammaturgo. Dovremmo fare come coloro che non si rendono conto di quanto sforzo e attenzione ci sia dietro ogni titolo teatrale che arriva alla scena: prima nella meticolosa preparazione, poi nella realizzazione e infine nella restituzione, teatro dopo teatro, stagione dopo stagione. Evitiamo, quindi, di incorrere in questo gravissimo errore.
Da una parte abbiamo Antonio Grosso, una delle figure emergenti più interessanti del teatro contemporaneo italiano, dall'altra una delle figure culturali più nette del XX secolo, candidato all'Oscar nel 1999 per la sceneggiatura de La vita è bella (di e con Roberto Benigni) e che noi amiamo sempre ricordare come autore dello splendido "borghese", magistralmente portato al successo dalla coppia Alberto Sordi e Mario Monicelli. Ma non c'è solo Cerami e tutte le sue suggestioni nel monologo di e con Antonio Grosso che abbiamo, da poco, applaudito.
Perché se per la stesura del suo copione, ovviamente tratto dal romanzo omonimo, Grosso si è principalmente mosso attingendo direttamente dai nove racconti che lo compongono, è emersa nella sua (ri)scrittura l'evocazione di un intero mondo terzo che ci ha riportato alla mente un altro immenso nome, quello di Eduardo De Filippo e la percezione di atmosfere che dalla città di Napoli si muovono e abbracciano il mondo, ma anche una spruzzata - che non guasta mai - del cinema di Mario Monicelli, romano senza essere ancorato alla Capitale, in grado come pochi di riportarne le ampie suggestioni verso il pubblico, anche quello internazionale.
Il tutto è poi stato accompagnato dal commento musicale di un'altra eccellenza come Nicola Piovani. Un lavoro composito che, come annunciato nelle note di regia (... prende vita un solo personaggio che li unisce e li attraversa), costruisce un testo altro che appartiene sì a Cerami, ma allo stesso tempo appartiene anche a Grosso, anche se in realtà appartiene maggiormente a ogni spettatore che si siede in platea, replica dopo replica, e lo riporta nei propri sentimenti e stati d'animo, facendolo così ulteriormente proprio.
La vita è perdita, redenzione, speranza, illusione, è una donna che ti sceglie e che ti induce a sbagliare ancora una volta, a sovvertire tutte le regole imposte, a scappare verso una libertà o forse semplicemente a sognare di fuggire, perché a un certo punto le molteplici personalità dell’uomo, si confondono e assumono i toni disperati della solitudine. Ogni uomo è solo davanti alla sua straniante follia e non resta che ridere dell’assoluta mancanza di senso logico della vita.
La conclusione non è di immediata realizzazione, quello di Antonio Grosso è un lavoro che fa riflettere, lascia un retrogusto che accompagna lo spettatore anche dopo che il sipario è calato, perché come recita in una parte dello spettacolo: “La vera bellezza non si vede a occhio nudo ma è sempre nascosta”.
L'IPOCRITA
dai racconti di Vincenzo Cerami
libero adattamento teatrale Antonio Grosso
con Antonio Grosso
musiche Nicola Piovani
regia Giancarlo Fares
scena e costumi Silvia Polidori








