Il Gabbiano (recensione)

“Il Gabbiano” di Čechov: quella quarta parete di vetro che ci lascia senza riparo

Il Gabbiano
m&s - Il Gabbiano (foto © Gianluca Pantaleo)

Quando il sipario si apre, capiamo subito che lo spettacolo a cui stiamo per assistere non sarà un semplice adattamento. Non ci accolgono scenografie realistiche o illusioni naturalistiche, ma la nudità del teatro: i tiri a vista, le americane, le luci di taglio, perfino gli estintori. E poi, una fila di sedie in fondo al palco, occupate dagli attori in attesa del loro momento. Nessuna quinta li nasconde, nessun meccanismo viene camuffato. L’apparato teatrale è esposto, fragile, vivo. Ma c’è di più: gli attori, anche quando non coinvolti direttamente nella scena, non si ritirano in un atteggiamento neutro. Rimangono in parte, presenti, tesi. Chi seduto, chi in piedi, contribuiscono in silenzio a quel clima sospeso che attraversa tutta la rappresentazione. È come se il teatro stesso, e non solo i personaggi, stesse aspettando qualcosa che non arriva.

Così si presenta Il Gabbiano di Anton Čechov nella messinscena di Lidi, e da subito ci ritroviamo spettatori di due spettacoli: quello scritto da Čechov e quello che accade nello spazio tra le sue parole e il teatro stesso.

Siamo davanti a un esperimento profondo e rischioso, che accetta di mettersi a nudo proprio come fanno i personaggi cechoviani. Il palco è vuoto, salvo una panchina. Eppure, nulla manca. Anzi: l’assenza di artifici scenici ci spinge a concentrarci sulla materia più viva e sfuggente, quella umana. Le relazioni, le frustrazioni, le passioni mai realmente consumate, i desideri che sfumano nell’incompiuto. In questo vuoto apparente, ogni gesto acquista densità.

Interessante anche la scelta strutturale: Il Gabbiano, originariamente articolato in quattro atti, viene proposto in un unico lungo atto. La continuità non frammentata della narrazione ci costringe a rimanere dentro il flusso drammatico senza possibilità di alleggerimenti o interruzioni. Il tempo teatrale si dilata e si comprime allo stesso tempo, e ci travolge con la forza lenta, ma inesorabile, dei grandi drammi interiori.
Rispetto alla tradizione cechoviana, però, il ritmo è più serrato: le lunghe e celebri pause – quei silenzi carichi di attesa e frustrazione – vengono qui asciugati o ridotti. Il dialogo scorre, incalza, avanza senza esitazioni, lasciando che la tensione si accumuli scena dopo scena, parola dopo parola.
Eppure, non mancano aperture più leggere: qualche battuta, alcuni scambi fulminei tra i personaggi – soprattutto quelli secondari – hanno strappato risate sincere al pubblico. Si ride, sì, ma con quella consapevolezza che il riso, in Čechov, è spesso il riflesso di una tristezza più profonda.

Il simbolismo, che in Čechov non è mai didascalico ma insinuato come un filo sotterraneo, qui viene reso visibile e drammaturgicamente fertile. Il celebre gabbiano morto che Konstantin offre a Nina non è altro che un panno bianco che ricopre un mazzo di fiori distrutti in scena poco prima da Polina, figura secondaria ma in realtà densissima, moglie frustrata e silenziosamente disperata. Anche il suicidio finale di Konstantin non ha bisogno di spari scenici: basta un “bum” pronunciato dallo zio Pëtr a restituirci l’eco assordante di una vita che si spezza. L’attore che interpreta Treplev viene accompagnato fuori scena, e la sua uscita è tanto silenziosa quanto potente. Nessun effetto speciale, solo una sottrazione carica di significato. La morte, come il dolore, non si annuncia: si percepisce.

Uno degli elementi più interessanti della regia è proprio questo taglio sobrio ma incisivo, capace di rileggere la tensione interna dell’opera senza alterarne la struttura drammaturgica. Ogni azione scenica, anche la più minimale, assume un peso narrativo preciso. E lo stesso vale per il modo in cui viene affrontato il linguaggio del teatro: con rispetto, con intelligenza, con il coraggio di spingersi oltre la superficie.

Un esempio particolarmente efficace lo ritroviamo nel modo in cui vengono suggeriti gli spazi scenici. A un certo punto, alcune americane vengono calate sul palco e appoggiate direttamente a terra. Quel gesto semplice, tecnico, perfino meccanico, si trasforma improvvisamente in linguaggio teatrale. Lì nasce un cortile. Uno spazio riconoscibile, delimitato, con i suoi confini. Non serve altro: un’idea visiva incisiva che sa evocare senza spiegare.

E del realismo presente, più che in Čechov, nella storia che riguardò i rapporti fra il grande scrittore e il mondo del teatro? Quello è in tutta la recitazione degli interpreti: volutamente poco accentuata – quel tanto che basta ad arrivare all’ultima fila della platea con giusta intensità –, con movenze veritiere, sguardi naturali. A vederli agire, sembra che tutti gli attori non stiano su un palco, ma in casa loro. E noi li stiamo spiando, non visti, da un’immaginaria quarta parete di vetro.

Merita una menzione speciale la qualità dell’interpretazione. Gli attori riescono a incarnare i personaggi senza mai forzare la mano. Ognuno di loro sembra portare sulla scena una vita vera, fatta di esitazioni, di ritrosie, di ferite nascoste. Irina Arkadina non è solo una madre egocentrica e istrionica, ma anche una donna terrorizzata dal declino. Konstantin ci appare non come un ribelle romantico, ma come un figlio in cerca disperata d’amore. Nina è tutto fuorché ingenua: si frantuma, si ricompone, affronta la scena con uno sguardo che matura man mano. Trigorin, infine, ci viene restituito con una freddezza ambigua che inquieta più delle parole. E così via, per ogni singolo personaggio. Nessuna sbavatura, nessun protagonismo fuori misura.

Il regista ha saputo costruire uno spazio in cui tutto è dichiarato eppure mai scontato. Ogni scelta è funzionale a restituire il cuore pulsante del testo, ma anche la sua modernità. In un’epoca in cui tutto ci appare frammentato e precario, rivedere Il Gabbiano così spogliato ci aiuta a riscoprirlo nella sua essenza più vera: un grido trattenuto, un volo mancato, ma ancora possibile.

Abbiamo lasciato il teatro con un senso di sospensione. Non di chiusura, ma di apertura. Come se le domande lasciate dai personaggi fossero rivolte a noi, e non potessimo ignorarle. E forse è proprio questo che dovrebbe fare il teatro: non offrirci risposte, ma lasciarci addosso l’urgenza di cercarle.

"Il Gabbiano" di Anton Čechov
con (in o.a.) Giordano Agrusta (Semen Semenovič Medvedenko), Maurizio Cardillo (Evgenij Sergeevič Dorn), Ilaria Falini (MaŠa), Christian La Rosa (Konstantin Gavrilovič Treplev), Angela Malfitano (Polina Andreevna), Francesca Mazza (Irina Nikolaevna Arkadina), Orietta Notari (Petr Nikolaevič Sorin), Tino Rossi (Il’ja Afanas’evič Šamraev), Massimiliano Speziani (Boris Alekseevič Trigorin), Giuliana Vigogna (Nina Michajlovna Zarečnaja)
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
suono Franco Visioli
assistente alla regia Noemi Grasso
foto Gianluca Pantaleo
produzione Teatro Stabile dell’Umbria, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
In collaborazione con Spoleto Festival dei Due Mondi  
regia Leonardo Lidi
durata 97' circa

teatrante
Attore, regista e formatore (docente di mimo, maschera e movimento). Svolgo attività teatrale in carceri, scuole e comunità, combinando arte e impegno sociale. Il mio tempo e le mie energie sono dedicate alla diffusione e alla pratica del teatro in tutte le sue forme.
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