Due preti di troppo (recensione)

Per restituire speranza dove speranza non c’è, perché non tentare con la musica neomelodica?

Due preti di troppo
m&s - Due preti di troppo (foto © media & sipario)

La scena si apre su una chiesa in evidente stato di abbandono. È buia, sporca e infestata dai topi (il termine usato, in napoletano, non è questo, ma non potevamo usarlo). A tutto sembra agevolmente prestarsi, meno che a officiare sacramenti.

Un improvviso temporale e due figure si aggirano furtive in questo ambiente non proprio ospitale. Sono due sacerdoti: don Ezio (Antonio Grosso) e don Sabatino (Antonello Pascale), hanno ricevuto l'incarico di ridare vita - in ogni senso - al luogo di culto, unico possibile baluardo se non di legalità, ma almeno di fede, in un paese di provincia totalmente occupato dalla malavita organizzata. Nel testo di Antonio Grosso si fa riferimento alla camorra, visto il posizionamento geografico del racconto, ma siamo certi che cambiando nome e luogo, nulla cambierebbe. Da una parte avremmo altra legalità che fatica e altra criminalità che invece prospera e molta, troppa, indifferenza.

Ezio e Sabatino sanno che quello che è stato imposto loro non è propriamente facile e che (citando un capolavoro cinematografico americano) per aiutarli Dio dovrà disinteressarsi di tutto il resto del mondo per occuparsi solo di loro, ma non è detto che il risultato anche piccolo non arrivi. Bisogna convincere i recalcitranti e convertire i prepotenti, occuparsi dei deboli e resistere ai malviventi. Forse ci vorrebbe Gesù e non due piccoli pretini (altra citazione, sempre di capolavoro cinematografico, stavolta italiano e in serie di 5) come sono loro.

La popolazione con la quale facciamo conoscenza è costituita da un tossico in astinenza (Filippo Tirabassi), che nella chiesa, o meglio in quello che ne rimane, ha trovato rifugio. Michele ha un cugino, Gigino (Andrea Vellotti), già affascinato da quel lato oscuro della forza che si presenta come forza, potere e soldi facili. Riuscire a recuperare i due sarebbe già un risultato immenso, ma quasi impossibile. Bisogna trovare un'idea vincente, un perno attorno cui costruire un senso di riscatto: la musica neomelodica.

Con la tipica follia dei puri e l'incoscienza totale di chi crede fermamente che ci sia Qualcuno di molto più importante a proteggerli, i due preti si improvvisano cantori, ma non delle classiche litanie di chiesa, ma di un vero e proprio repertorio neomelodico, dove il classico Mario Merola strizza l'occhio al contemporaneo Gigi D'Alessio. È questa la strada che non porta al paradiso, non almeno a quello musicale, ma che è in grado di riportare i fedeli alla frequentazione della chiesa e provare, con questo primo piccolo passo, a costruire molto di più, con l'ottica che la società civile non può essere imposta dall'alto, ma deve nascere motu proprio dal basso. Se riusciranno nel loro intento, va scoperto nei teatri, non ci risulta che le chiese siano già disponibili per le rappresentazioni teatrali, ma forse per questo spettacolo le diocesi potrebbero chiudere un occhio (o entrambi).

Ispirandosi a due vere figure di sacerdoti combattenti, che hanno sacrificato il loro bene più prezioso per ergersi a baluardo della legalità, l'autore Antonio Grosso continua nel suo percorso artistico di commedia civile, divertendo e molto con il sostantivo e facendo riflettere e indignare ancora con l'aggettivo. In qualità di teatrante (termine che usiamo spesso e sempre con il massimo del rispetto) non spetta sicuramente a lui fare proclami di giustizia, specialmente in luoghi dove troppo spesso la giustizia non c'è e dove per quieto vivere conviene girare la testa dall'altra parte. Il teatrante ha come compito quello di farci sorridere, commuovere, partecipare e aiutarci a non dimenticare. E in questo sono, tutti, riusciti in pieno.

DUE PRETI DI TROPPO
di Antonio Grosso
regia Paolo Triestino
con Antonio Grosso, Antonello Pascale
e con Carmen Di Marzo, Filippo Tirabassi, Andrea Vellotti
le voci dei boss Gianfelice Imparato e Ciro Scalera
aiuto regia Francesco Stella
organizzazione Alessandra Cotogno

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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