Cosa sta facendo Mimì nella sua “bianca cameretta” quando i quattro della soffitta (il poeta Rodolfo, il pittore Marcello, il musicista Schaunard e il filosofo Colline) si dividono pochi spiccioli per andare a festeggiare la Vigilia di Natale al cafè Momus nel Quartiere Latino di Parigi?
È una delle curiosità su cui indugia il sorprendente Alfonso Signorini dalla postazione di regia, sempre meno insolita, della Bohème data il 19 luglio scorso all’Arena di Verona in prima assoluta davanti a 10mila spettatori, in gran parte stranieri, desiderosi di toccare con mano la coppa Unesco conquistata dal canto lirico italiano, malgrado una pioggia irriguardosa che per fortuna non ha fatto danni, ma rinviato di un’ora l’esecuzione del capolavoro di Puccini nel centenario della morte dell'autore. La Bohème mancava dal 2011 e nella storia dell’Arena è stata presente per dodici volte dal 1938.
La soffitta - fredda e spoglia senza odore di cucinato, tanto cara al maestro di Lucca in ricordo dei tempi magri e giovanili del suo noviziato a Milano - è riproposta con moduli trasparenti che si intrecciano e si scompongono a seconda delle esigenze della narrazione.
Sopra c’è la “bianca cameretta” dove si muove Mimì nella veste di casalinga. Sotto c’è la tana dei “Quattro moschettieri” come venivano chiamati nel quartiere. Appena si accorge che Rodolfo è solo, la ragazza scende e bussa alla porta con la scusa della candela spenta. Fra i due è subito amore e condivisione di sogni, chimere e primavere. Poi, dopo le presentazioni, raggiungono mano nella mano, gli amici al cafè.
È il momento che Signorini attendeva da Puccini e dai suoi sodali Illica e Giacosa per coinvolgere l’Arena in una tavolozza variopinta di metà Ottocento (il pensiero va a Zeffirelli), colorata di venditori ambulanti, artisti di strada, funamboli, bancarelle e giocattoli, come quelli di Parpignol reclamati da nuvoli di bambini. Tra loro e centinaia di avventori (coro e comparse) ancheggia la seducente Musetta con al guinzaglio lo sponsor di turno, il vecchio Alcindoro. Grazie al suo portafoglio spende e spande nella vicina boutique “A la mode”. Il tutto per far ingelosire il suo Marcello con cui s’è piccata per l’ennesima volta. La scena festosa si conclude al suono della “Ritirata”, tra spari a salve di coriandoli e tricolori francesi con qualche riserva sui sincronismi musicali.
Al tutto fa contrasto la barriera d’Enfer, gelida ed assonnata, che arreca frescura alle antiche pietre dell’Arena. La scena si anima di doganieri, spazzini, contadini, venditrici di polli e uova e degli ultimi avventori della vicina locanda dove ancora si brinda alla gioia e al piacere. Si intravedono anche quattro suore dirette a passo svelto alla messa del mattino, seguite dal prete che approfitta per un bicchiere all’osteria. La ricerca dei particolari con gigantografie di alberi e caseggiati circondati da mucchi di neve è gradevole ma scontata. È qui che Mimi e Rodolfo, dopo litigi e incomprensioni, dovuti alla miseria e alla malattia inguaribile di lei, decidono di rimettersi insieme e rinviare l’addio a fine inverno.
Per il finale, ancora la soffitta con Rodolfo e Marcello, di nuovo soli, a ricordare i vecchi amori e meditare sulla gioventù che passa. Scherzano e ridono con gli amici di sempre, ma lo fanno per finzione. Mimì, sempre più debilitata, che nel frattempo è costretta a vivere con un viscontino, vuole tornare da Rodolfo per morire accanto a lui. E così accade. Bohème dunque come Puccini comanda nel rispetto della tradizione, senza inutili invenzioni, ma senza guizzi da prima rappresentazione. Generosa comunque l’aggiunta di chiose credibili e attuali in fatto di amore, gioia, amicizia, gelosia, rimpianti, sogni di gloria e dolore. Senza mai strafare, ma senza stupire.
Cast di rango come si conviene al luogo e all’evento. La potenza di voce di Vittorio Grigolo (Rodolfo) e il suo magnetismo in scena non si discutono e gli viene perdonato qualche protagonismo di troppo che ci sta in un contesto così particolare. Una piacevole conferma le doti di espressività canora di Juliana Grigoryan - malgrado le insidie del primo atto e qualche difetto di pronuncia - che si avvia a perfezionare la tecnica vocale con lodevole volontà. Promettenti i fondamentali, ancora da ingentilire, della giovane Eleonora Bellonci (Musetta) che non può che migliorare. Solidi e ben impostati i toni baritonali di Luca Micheletti (Marcello) e Jan Antem (Shaunard). Potrebbe far meglio Alexander Vinogradov (Colline). Nella regola, Nicolò Ceriani (Benoit), Salvatore Salvaggio (Alcindoro) e Riccardo Rados (Parpignol). Quattro stelle ai costumi di Silvia Bonetti. Faticoso il lavoro di Roberto Gabbiani maestro del Coro e di Paolo Facincani alla testa del Coro di Voci bianche. Il coordinatore del Ballo Gaetano Bouy Petrosino ha guidato talune coreografie a bordo scena in vari momenti dell’opera.
Affetto e rispetto per l’Orchestra della Fondazione Arena di Verona date le difficoltà di una serata meteo non ottimale. Al pluridecorato maestro Daniel Oren va aggiunto un asterisco non solo per la lettura rigorosa dello spartito, ma anche per le difficoltà superate con mestiere nella tenuta dei tempi musicali a volte troppo accelerati. Ripetuti applausi di un pubblico paziente, competente e rispettoso. Molto meritati quelli rivolti alle maestranze.








