Central Park West (recensione)

Antonello Avallone si sta distinguendo nel panorama teatrale italiano per la sua costante "allenmania"

Antonello Avallone è Howard
m&s - Antonello Avallone è Howard (foto © media & sipario)

Ci troviamo nell'Upper West Side di Manhattan, quartiere feticcio newyorkese per Woody Allen e per i suoi personaggi in perenne visita dallo psicanalista. Non sfugge a questa condanna nemmeno la terapista Phillis (Elettra Zeppi), troppo occupata dalla gestione dei suoi pazienti per accorgersi - fino a quando non è troppo tardi - delle tante avventure del marito, Sam (Claudio Morici), un cinquantenne mai cresciuto abbastanza, ma non è che gli altri protagonisti della commedia siano persone migliori. Difatti le fanno buona compagnia l'amica Carol (Flaminia Fegarotti) e il di lei marito Howard (Antonello Avallone), vero e proprio archetipo di ogni forma di improbabile disagio mentale su cui Allen concentra, da sempre e con successo, il suo sguardo cinematografico.

L’atmosfera è ovviamente complessa sia nei rapporti interni di ogni coppia che nei rapporti interpersonali tra i quattro, forse troppo benestanti e troppo annoiati per accorgersi che il mondo vero è altrove. In ogni caso Phillis si rende finalmente conto che l'ultima persona con la quale il marito si accompagna è proprio Carol, che sta per lasciare Howard proprio per vivere in "serenità" il suo amore (almeno questo pensa lei). Howard alterna - come ogni psicopatico che si rispetti - momenti di esaltazione ad altri di depressione. Sam è invece fedele al proprio ruolo di Peter Pan in perenne e spasmodica ricerca della sua isola (femminile) che non c'è e che probabilmente non ci sarà mai. La situazione - vista la comunanza di intenti tra l'autore americano e l'ingegner Murphy - non può che ulteriormente complicarsi e di conseguenza peggiorare: a questo contribuisce in forma importante l'entrata in scena della 21enne Juliet (Maria Angelica Duccilli), per età e freschezza di sentimenti probabilmente l'unica vera vittima dei quattro disfunzionali. 

Allen utilizza i suoi personaggi per far uscire il peggio della vita, ovviamente in maniera sempre ironica, a tratti assurda e paradossale, permettendo di sorridere su questo spaccato di vita, se vogliamo, tutto sommato, anche realistico, leggiamo nelle note che accompagnano lo spettacolo. E su questo non possiamo che essere d'accordo con chi ha redatto la nota, immaginiamo lo stesso Avallone. Come in molte altre opere di Allen, i personaggi sono intellettuali nevrotici che analizzano ossessivamente le proprie emozioni e comportamenti, permettendo uno sguardo satirico e impietoso sulle dinamiche sociali dell'élite culturale di Manhattan, mostrandone contraddizioni e ipocrisie.

Attraverso una combinazione di umorismo sofisticato e osservazioni acute si esplorano i temi ricorrenti alleniani (ma non solo suoi), come l'infedeltà coniugale, la psicanalisi, l'insicurezza esistenziale della classe medio-alta newyorkese e la totale fragilità delle relazioni umane. Di fronte a noi abbiamo degli sconfitti, dei soccombenti nei confronti di loro stessi, che non suscitano - a parte casi sporadici - particolare simpatia nel pubblico, specialmente in coloro che non frequentano con così tanta assiduità il lettino dello psicanalista. Dialoghi brillanti e taglienti, battute sarcastiche e riflessioni sulla moralità e societòà contemporanea rendono la commedia godibile e lontana dalla vita di chi si siede in teatro per assistere. E meno male che è così, significa che abbiamo ancora qualche speranza di miglioramento (pochi ma forse ci sono).

COMPAGNIA DELLE ARTI
presenta
Antonello Avallone
in
CENTRAL PARK WEST
di Woody Allen
con Elettra Zeppi, Flaminia Fegarotti, Claudio Morici,
regia Antonello Avallone
assistente alla regia Francesca Cati
luci Luca Staiano
scene e costumi Red Bodò
durata un atto unico di circa 90 minuti

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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