Venerdì 12 dicembre 1969, sono le 16:37 nella Banca dell’Agricoltura di MIlano, filiale di Piazza Fontana. Come ogni settimana la sede dell'istituto, malgrado l'ora della chiusura sia vicina, è piena di gente, in maggioranza si tratta di allevatori o di piccoli proprietari terrieri che dopo una vita di sacrifici e di lavoro che ti spacca la schiena, 365 giorni all'anno, sono riusciti a conquistarsi un ruolo sociale più elevato, ma questo non significa che non si debba continuare a lavorare, come si è sempre fatto e come - almeno fino alla deflagrazione - non si sarebbe continuato a fare.
Siamo ancora molto lontani dalla "Milano da bere" degli anni '80, tutta la nazione si è da poco messa alle spalle le macerie della Seconda Guerra Mondiale, si sta faticosamente cercando di dimenticare e lavorare, perché c'è ancora molto da ricostruire: le ferite sono profonde, ma le cicatrici specialmente quelle invisibili sono poco evidenti quanto ancora più difficili da rimarginare. L'Italia ha messo alle spalle (ma senza realmente farlo) il fascismo, le leggi razziali, il re e Mussolini, al referendum abrogativo del 1946 il 54% degli aventi diritto ha scelto la repubblica (ma stride quel 45% che si è espresso per la monarchia), per la prima volta anche le donne hanno potuto votare.
In un clima politico che guarda ostinatamente al passato e ai comportamenti internazionali, la contrapposizione - come i due "grandi" di riferimento - si fa giorno dopo giorno sempre più violenta, più subdola, più assurda. Si ritiene che la popolazione italiana, così come la "democrazia" da poco conquistata, sia troppo giovane per capire cosa sia meglio per lei: una bimbetta che non sa di avere fame, sete, avere freddo o caldo. C'è bisogno che qualcuno, con le idee chiare, prenda le decisioni difficili in un momento difficile, per il bene di tutti. E cosa importa che per ottenere la pace e la stabilità ci sia prima bisogno (ancora una volta!) di qualche migliaio di morti, meglio se di poveri cristi che vanno in banca a fare versamenti, lavorare, riscuotere denaro, sognare.
La bomba esplode nell'istituto di credito, si contano i morti diretti (17) e i feriti (88), assieme ai soccorsi arrivano i primi depistaggi, si scoprirà - ma mai del tutto - che l'attentato era ascrivibile a compagini di estrema destra, con coperture di alto livello, nel tentativo di realizzare un colpo di stato di successo come quello greco, ma vista la certezza di quanto successo, potremmo anche scrivere della volontà di assegnare la guida del paese agli alieni disseminati tra di noi. Tra le vittime collaterali possiamo annoverare anche Giuseppe Pinelli, anarchico trattenuto (illegalmente? se così fosse stato ci sarebbero dovuto essere delle ripercussioni) nella Questura di Milano e caduto da una finestra del quarto piano. Altra vittima collaterale, Luigi Calabresi, commissario di polizia ritenuto responsabile della morte di Pinelli, malgrado non fosse (come risultato da una successiva inchiesta) presente al momento. E la lista può continuare e continuare e continuare...
Ricordare a cinquant’anni di distanza, con la forza di uno spettacolo teatrale, il tentativo della destra eversiva di imporre la legge dei carri armati attraverso il caos, le bombe e l’uccisione di innocenti, è un atto doveroso innanzitutto nei confronti delle vittime delle stragi e dei loro familiari, leggiamo nelle note che precedono la visione della pièce e non possiamo che essere concordi sulla necessità di continuare a ricordare, perché la "damnatio memoriae" restituisca almeno dignità a chi ostinatamente si è battuto e si batte nel ricordo di un parente, un amico, un padre, un essere umano che non aveva commesso nessuna colpa, se non quella di trovarsi nel posto sbagliato e nel momento sbagliato.
Peccato che la forza del racconto storico (perché di questo si tratta, di una parte della storia contemporanea di un paese in perenne affanno di verità) non abbia trovato l'impeccabilità recitativa di cui aveva bisogno, impostazione necessaria per questo genere di rappresentazione, sicuramente molto difficile da affrontare quando del "teatro di narrazione" non si è padroni assoluti. Sorvolando sull'interpretazione rimane - purtroppo - la lunga lista di morti che non troveranno pace, perché non troveranno risposta, ma assefuazione e volontaria amnesia. Chi non l'ha vissuto non lo può capire e chi lo ha vissuto vuole solo dimenticare, si esclama dal palco e riconosciamo come sia lo stesso atteggiamento di chi, pochi anni prima, è sopravvissuto alle atrocità del conflitto. E a ben vedere sempre di una guerra si è trattato, con un'istantanea in banco e nero che non troverà mai il colore. Cambierà qualcosa? Sinceramente non lo pensiamo, ma che bello sarebbe se almeno una volta ci fossimo sbagliati.
Teatro della Cooperativa
presenta
IL RUMORE DEL SILENZIO
testo e regia Renato Sarti
con Laura Curino e Renato Sarti
disegni Ugo Pierri e Giulio Peranzoni
video installazioni Fabio Bettonica
musiche originali Carlo Boccadoro
assistenti alla regia Salvatore Burruano, Chicco Dossi
durata un atto unico di 85 minuti









