Pignasecca e Pignaverde (recensione)

 

Tullio Solenghi
m&s - Tullio Solenghi "trasformato" in Gilberto Govi (foto © Il Pigiama del Gatto)

Tullio Solenghi e Genova si riflettono in uno specchio ironico e malinconico

C’è un volto, una voce, una gestualità che continua a incarnare con credibilità e misura la figura di Gilberto Govi. È quella di Tullio Solenghi, attore e regista che con Pignasecca e Pignaverde ha portato nuovamente in scena, in lingua originale genovese, uno dei classici più amati del comico ligure. Lo spettacolo si muove con agilità su un doppio binario: da un lato l’omaggio rispettoso a un linguaggio teatrale d’epoca, dall’altro la capacità di restituire al pubblico odierno tutta la freschezza e la comicità di una commedia di carattere, fatta di equivoci, rigidità, egoismi e piccoli sogni infranti.

L’ambientazione, curata in modo coerente e visivamente compatto, riprende le tonalità e le linee scenografiche già viste ne I maneggi per maritare una figlia (recensione): un interno borghese dai colori freddi, dominato dal grigio in tutte le sue sfumature. Una scelta cromatica che si ritrova anche nei costumi, adeguati al tono della vicenda, e in un trucco sobrio ma efficace nel delineare i caratteri dei personaggi. L’impianto scenico non si rinnova nel secondo atto, che si svolge nello stesso ambiente del primo, ma proprio questa continuità rafforza il senso di quotidianità e monotonia che pervade la vicenda del signor Felice Pastorino.

La regia di Solenghi è sobria, rispettosa della struttura originale, lineare ma non rigida. Non ci sono musiche di scena, né particolari cambi luce: una scelta di essenzialità coerente con l’impianto visivo e narrativo della commedia. L’assenza di sottolineature sonore e visive non impoverisce il ritmo, ma anzi lascia spazio pieno ai caratteri e al linguaggio, che si fanno così centro vitale dello spettacolo.

Solenghi interpreta con rigore e divertita maestria il ruolo reso celebre da Govi. La cadenza genovese, la postura corporea, le inflessioni vocali e gli atteggiamenti mimici ricalcano senza scimmiottature il modello originale, portando in scena un personaggio che oscilla tra autoritarismo familiare e attaccamento morboso alla figlia. La sua interpretazione è misurata, sempre consapevole, capace di equilibrare momenti comici a sfumature di sottile malinconia. A dargli man forte è un cast compatto e ben affiatato.

Mauro Pirovano è Alessandro Raffo, il cugino che Pastorino vuole a tutti i costi come sposo per la figlia Amalia. Tra i due si consuma una delle scene più esilaranti della commedia, quella del sigaro, giocata su tempi comici perfetti e su una chimica scenica costruita con intelligenza. Nel ruolo della moglie Matilde, Laura Repetto tratteggia con ironia una figura femminile stanca e arrendevole, mentre Claudia Benzi, nuovo ingresso nel cast, arricchisce il personaggio di Lucia con una comicità diretta ma mai sopra le righe. Completano il gruppo Matteo Traverso, Stefano Moretti, Roberto Alinghieri (anche assistente alla regia) e Stefania Pepe, tutti pienamente integrati nel ritmo dello spettacolo. I dialoghi, fitti e saporiti, mantengono intatta la musicalità del dialetto genovese, senza mai risultare opachi o eccessivamente datati.

Nel secondo atto si sviluppa un duetto comico particolarmente gustoso tra Felice Pastorino e Alessandro Pignaverde, a conferma della solidità di un impianto che punta molto sull’interazione attoriale. Il tema della dote, delle nozze combinate, del controllo paterno e del desiderio di evasione attraversano la narrazione con leggerezza apparente, mentre in sottofondo si percepisce un’eco di amara staticità domestica.

Il finale si colora di una dolce malinconia, chiudendo lo spettacolo su una nota sorprendentemente poetica. Come in un dipinto familiare, i personaggi si raccolgono intorno a un piccolo rito quotidiano, mentre l’atmosfera si fa più intima, sospesa. Sullo sfondo, una melodia nota attraversa la scena, evocando un’Italia che cambia e una Genova domestica, discreta, affacciata sul tempo. In quel momento rarefatto, le tensioni sembrano sciogliersi, lasciando spazio a una nuova armonia. Una chiusura delicata, che oltrepassa la leggerezza della commedia e si deposita nella memoria dello spettatore come un sigillo emotivo.

Il pubblico accoglie con calore lo spettacolo, partecipe dei suoi ritmi pacati ma efficaci, e soprattutto coinvolto dalla possibilità di rivedere in scena un classico della comicità italiana reso con rispetto e nuova linfa. Tullio Solenghi si conferma, anche in questo caso, interprete sensibile e regista consapevole: capace di restituire Govi senza imitarlo pedissequamente, ma conservandone l’anima profonda. E Genova, con le sue voci, i suoi muri, le sue nevrosi, torna a vivere in una commedia che ha ancora molto da dire.

Teatro Sociale di Camogli
Teatro Nazionale di Genova
presentano
PIGNASECCA E PIGNAVERDE
con Tullio Solenghi
di Emerico Valentinetti
commedia in due atti di Tullio Solenghi e Margherita Rubino
regia Tullio Solenghi
progetto scenografico Davide Livermore
e con Claudia Benzi, Laura Repetto, Matteo Traverso, Stefano Moretti, Roberto Alinghieri, Mauro Pirovano, Stefania Pepe 
trucco e parrucco Barbara Petrolati
regista assistente Roberto Alinghieri
scenografa e costumista assistente Anna Varaldo
durata due atti di complessivamente 94 minuti

teatrante
Attore, regista e formatore (docente di mimo, maschera e movimento). Svolgo attività teatrale in carceri, scuole e comunità, combinando arte e impegno sociale. Il mio tempo e le mie energie sono dedicate alla diffusione e alla pratica del teatro in tutte le sue forme.
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