Titus (recensione)

 

Titus, i ringraziamenti finali
m&s - Titus, i ringraziamenti finali (foto © media & sipario)

Davide Sacco racconta la crudeltà classica di Shakespeare, trasformandola in - purtroppo - eternità

E allora il Tito va raccontato, va messo in scena, sperando che almeno in quella strana architettura del teatro qualcuno possa gridare basta e indignarsi, perché questo è il limite più grande del nostro tempo: non ci indigniamo più davanti all'orrore e alle brutture del mondo. Davide Sacco  

Tito (Francesco Montanari), potente generale romano, torna in patria vincitore dopo aver sconfitto (leggi sterminato) i goti, conducendo con sé la regina Tamora (Marianella Bargilli), presa prigioniera con i suoi tre figli (Matilde Pettazzoni, Filippo Rusconi, Jacopo Riccardi). Ad accoglierlo trova una burrascosa situazione politica: Saturnino (Guglielmo Poggi) e Bassiano (Enrico Spelta), i due figli dello scomparso imperatore, litigano per chi debba salire sul trono vacante. Il fratello di Tito, il tribuno Marco (Ivan Olivieri), tanto per complicare ancora di più la situazione - già molto ingarbugliata del suo - propone al popolo un terzo contendente: lo stesso Tito.

Prima che si scateni la guerra civile, Tito fa un passo indietro, sottomettendosi allo psicopatico Saturnino, non prima di aver permesso al figlio Lucio (Giuliano Bruzzese), un altro psicopatico, cresciuto solo tra sangue e spada, all'ombra di uomo che non è mai stato padre ma sempre generale, di squartare la figlia di Tamora, che ovviamente giura vendetta, dopo aver supplicato invano di risparmiare la sua bambina.

Saturnino, non pago del solo trono, vuole in moglie Lavinia (Beatrice Coppolino), figlia di Tito, peccato che la ragazza sia già impegnata con Bassiano, all'insaputa del padre (ma questa è un'ovvietà che si tramanda di generazioni in generazioni). Per riprendersi dalla brutta figura pubblica, Saturnino decide quindi di ripiegare sulla seducente - e interessata al potere che ne deriverebbe - Tamora. Da questo momento non potrà che tutto andare peggio!

Durante una battuta di caccia i figli della regina - su istigazione dell'ambigua serva di Tamora, Aronne (Claudia Grassi), prima uccidono Bassiano e poi abusano di Lavinia. Non appagati dall'omicidio e dallo stupro, per evitare di essere denunciati, tagliano alla povera ragazza mani e lingua. Dell'assassinio regale viene accusato Lucio, ma il padre potrà salvarlo solo se acconsentirà a tagliarsi una mano. Tito lo fa, ma Saturnino "spara" ugualmente a Lucio. Il primo atto dell'adattamento sacchiano si chiude qui, con la costante invocazione della pace, ottenuta sempre e costantemente con la morte violenta di qualcuno, di solito un avversario, quindi un essere inutile di cui nessuno sentirà la mancanza.

Nel secondo atto la situazione precipita (ancora di più), Davide Sacco rispetta l'andamento del testo shakespeariano, anche se ha ridotto il numero dei personaggi, degli atti e cambiato il sesso ad Aronne, ma il risultato è praticamente identico, il sangue continua "allegramente" a scorrere. Si spinge ancora di più l'acceleratore sulla follia che l'odore dolciastro della morte scatena nella collettività dei potenti e dei loro accoliti, incapaci (ieri come oggi) di fermarsi e riflettere sui propri gesti.

Cosa distingue questa rilettura del Tito Andronico firmata da Davide Sacco (nostro suggerimento: non perdete il suo Il medico dei maiali) da tante altre? La volontà espressa dal regista di trasportare il tutto ai nostri tempi, ottimamente sintetizzata con il brevissimo estratto dalle note di regia con cui abbiamo aperto la nostra recensione. Il pubblico, in stile Globe Theatre, può sedere su cuscini direttamente ai bordi della scena, vivendo le vicende e non assistendo solamente.

I soldati vestono con giubotti imbottiti e calzano passamontagna, i loro volti sono celati così da non riuscire a individuare i responsabili delle atrocità. La foggia moderna degli abiti conduce il nostro pensiero a ecatombe che ci riguardano così tanto da vicino, da essere bellamente ignorate, specialmente dal governo romano, sottolineato dalla leggera intonazione di Montanari/Tito agli inizi del secondo atto (altrimenti inspiegabile).

Il testo di William Shakespeare diventa di Davide Sacco che con perfetta maestria lo consegna al pubblico contemporaneo, puntando decisamente il dito "contro" chi sta permettendo a questa umanità la piena trasformazione in assoluta brutalità. Il fatto che tutta la compagnia venga salutata con una standing ovation è segno che - forse - c'è ancora una fievole speranza, cui speriamo seguano fatti e non solo i meritati applausi, perché prima o poi qualcuno dovrà spiegare a chi resta cos'è la pace (sempre che qualcuno resti). 

Compagnia Molière
Teatro Quirino
presentano
FRANCESCO MONTANARI
in
TITUS
Why don’t you stop the show?
da William Shakespeare
con MARIANELLA BARGILLI
e con
Guglielmo Poggi - Ivan Olivieri - Beatrice Coppolino
Claudia Grassi - Jacopo Riccardi - Giuliano Bruzzese
Filippo Rusconi - Enrico Spelta - Matilde Pettazzoni
scene Fabiana Di Marco - costumi Alessandra Benaduce - luci Luigi Della Monaca
costumi Alessandra Benaduce - musiche originali Davide Cavuti - foto Riccardo Bagnoli
adattamento e regia DAVIDE SACCO
durata 2 ore e 20 minuti, incluso un intervallo

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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