Vedova più allegra che mai (recensione)

In scena, di fronte ad un pubblico divertito e festoso, l’operetta di Lehàr, per la regia storica di Fabio Trevisan

La vedova allegra
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Belle epoque a suon di valzer, can can, cin cin e champagne, tra le antiche pietre del Teatro Romano di Ferento (9 km da Viterbo), dove è stata rappresentata “La Vedova allegra” di Franz Lehàr, inserita nella 59^ stagione estiva di Ferento Teatro Festival, rassegna allestita dal 2003 da Patrizia Natale del Consorzio Teatro Tuscia, di fronte ad un pubblico accaldato e festoso. Un regalo ai giovani che sanno poco di operetta e agli stagionati, più sensibili ai ricordi della vecchia Europa. 

La regia storica di Flavio Trevisan, che riduce i tre atti in due quadri, è stata rimodulata da Maria Teresa Nania, a capo della Compagnia Italiana di Operette fondata da Sergio Corucci una settantina d’anni fa. ”Abbiamo solo adeguato alcune battute del testo al linguaggio moderno - chiarisce Nania - ma l’ossatura è quella del 1905”. Ne risulta un cocktail frizzante di musica, balletto e teatro servito con garbo da un cast di buon lignaggio artistico, sugli schemi di un collaudato canovaccio.

La diplomazia del principato di Pontevedro a Parigi, affidata all’ambasciatore barone Zeta con l’assist del cancelliere Njegus, è impegnata a far maritare la facoltosa vedova Hanna Glawari, fresca di lutto, ad un pontevedrino, pena la rovina di tutti e di tutto, patrimonio compreso. La persona più adatta è il conte Danilo, peraltro vecchia fiamma della Vedova, che si presta, per amor di patria, ma anche per amor di Vedova, alla delicata missione. Dopo una serie di divertenti equivoci, che vedono pure fiorire un amore segreto tra la moglie dell’ambasciatore e l’aitante De Rossillion, tutto finisce in gloria e il principato è salvo.

La regia fa virtù di una base musicale registrata e di spazi contenuti tra le solide mura imperiali di Ferento, per dipingere un affresco comunque gradevole sulla Parigi del tempo (Trevisan ha posticipato la vicenda alla fine degli anni Trenta per dare più smalto ai bellissimi costumi di Eugenio Girardi e Loris Danesi), da sentire e gustare grazie ad alcune arie celebri che hanno fatto la storia dell’operetta come O Vaterland/Vo da Maxim allor, la Romanza della Vilja, E’ scabroso le donne studiar e il famoso Tace il labbro (il valzer è un sentimento che si balla). Il tutto ruota intorno al fascino di Consuelo Gilardoni nella parte della protagonista Hanna Glavary, voce carezzevole di soprano lirico, chiara nella pronuncia, delicata e leggera nei filati, abile nei legati e nella estensione fino ai registri drammatici (lo ha dimostrato in un recente concerto su arie di Tosca), cui le va riconosciuta una presenza scenica da prima donna. Lo dimostra nella festa nei suoi appartamenti a suon di Ciarde e altre danze popolari ungheresi.

Le fa da sponda Massimiliano Costantino (Danilo) la cui squillante voce tenorile è ben disposta a calarsi nei toni baritonali, senza per questo smarrire qualità ed espressioni. L’altro tenore, Emil Alekperov nella parte di Camille De Rossillion, aggiunge la tenerezza del Belcanto in cui l’Italia vanta buoni numeri non solo in Europa. Claudio Pinto Kovavevic (Njegus) è anima e baritono di un ripescato factotum rossiniano, esilarante secondo la buona tradizione italiana, contrariamente a quando accade negli allestimenti d’oltralpe dove il personaggio è meno influente nella vicenda. Qui regge le fila della narrazione con ammirevole tempismo, scioglie equivoci e riannoda situazioni, salva la moglie dell’ambasciatore da uno scandalo.

La regia di Trevisan - di cui la Nania fa buon uso, ben assecondata dagli interpreti - descrive per ognuno dei personaggi profili e umori che aiutano a capire ed apprezzare la vicenda. La Vedova dai robusti fondamentali contadini (per il gossip delle signore bene è l’ochetta di campagna), sa di non avere molto sangue blu nelle vene, ma in compenso di vantare astuzia e tenacia. Danilo ne è affascinato ma, orgoglioso com’è, non la vuole per i soldi. De Rossillion è un romantico innamorato, Njegus un comico per vocazione e cancelliere frustato e confusionario per natura e necessità. Apprezzato l’impegno di tutti gli altri interpreti, a cominciare da Gianfranco Teodoro (scuola Proietti) nella parte del bonario ambasciatore e di Camilla Corsi (la “donna onesta”, baronessa Valencienne, sua moglie).

A equivoci chiariti, il finale è un omaggio a Parigi (in queste ore sulla scena mondiale per le Olimpiadi) con un tripudio di musiche del geniale Lehàr che si prendono la licenza di debordare in un frenetico can can preso a prestito da Jacques Offenbach con la complicità delle vivaci grisettes Erika Pentima, Susanna Piazza, Silvia Di Pierro, Giulia Mostacchi, Elisabetta Aiello e Agnese Valente (coreografie di Monica Emmi e della stessa Nania). Licenza accordata, come confermato dal prolungato applauso del pubblico.

Compagnia Italiana di Operette
presenta
LA VEDOVA ALLEGRA
musiche Franz Lehár
libretto Viktor Léon, Leo Stein

direzione artistica Maria Teresa Nania
regia Flavio Trevisan
costumi Eugenio Girardi, Loris Danesi
coreografie Monica Emmi, Maria Teresa Nania

Personaggi e Interpreti
Njegus Claudio Pinto Kovačević
Hanna Glavary Consuelo Gilardoni
Danilo Danilowitsch Massimiliano Costantino
Barone Zeta Gianfranco Teodoro
Baronessa Valancienne Camilla Corsi
Camille De Rossillion Emil Alekperov
Prascowia Bogdanowitsch Daniela D’aragona
Console Bogdanowitsch Riccardo Ciabo’
Visconte Cascadà Gianluca Delle Fontane
Raoul De St-Brioche Andrea Bezzi
Olga Kromoff Erika Pentima 
balletto Erika Pentima, Elisabetta Aiello, Gaia Fiorucci, Silvia Di Pierro, Agnese Valente, Susanna Piazza

responsabile di sartoria Loris Danesi
direttore di scena Massimiliano Marotta
responsabile di produzione Maria Teresa Nania
sartoria Sorelle Ferroni

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Giornalista
Direttore per oltre trent’anni dell’Ept/Apt. Ha curato l’organizzazione di numerose edizioni del Festival Barocco di Viterbo e di altre iniziative di ogni genere. Console di Viterbo del Touring Club.
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