Ginestre (recensione)

Nel retrobottega di un negozio, due sorelle fermano il tempo e lo sfidano

Ginestre
m&s - Ginestre (foto © Emiliano Piemonte)

All’ingresso del pubblico, la scena appare già organizzata lungo una verticalità marcata. In alto, tra gli scaffali colmi di taniche di detersivo, Felicia resta immobile, come se quella posizione sopraelevata rappresentasse un rifugio istintivo, lontano dall’idea dell’acqua e del fango che appartengono alla memoria di un territorio vulnerabile. Più in basso, delimitata da un perimetro tracciato sul pavimento, Consiglia abita il retrobottega del negozio “Le Ginestre” con un passo più ancorato, come se quella porzione di spazio fosse il suo punto di equilibrio. La scena si divide così in due livelli che raccontano fin da subito un modo diverso di stare dentro lo stesso luogo.

Una voce fuori campo interrompe il silenzio e dà avvio alla storia. Un televisore, collocato tra gli scaffali, ripropone immagini legate a un tempo preciso: frammenti di previsioni meteo, spezzoni di programmi degli anni Ottanta, le riprese dell’alluvione di Sarno del 1998. Non sono elementi ornamentali, ma segnali che emergono dal passato e riaffiorano nel presente delle protagoniste. Ogni immagine agisce come un richiamo intermittente, ricordando quanto la loro quotidianità sia attraversata da eventi che non si sono mai del tutto conclusi.

Il retrobottega è definito con pochi oggetti ma costruito con una cura evidente: una piccola insegna del negozio, scaffali sovraccarichi, tre bacinelle poste all’esterno per raccogliere la pioggia. È un luogo che trattiene la vita quotidiana e allo stesso tempo suggerisce una soglia costante con ciò che si trova oltre quella porta. Quando Consiglia varca il limite del negozio e avanza verso il proscenio, pur rimanendo entro il confine scenico, il gesto sembra avvicinare la loro storia allo sguardo del pubblico senza rompere la quarta parete. Una leggera inclinazione dello spazio, più che un’apertura esplicita.

Le due sorelle si muovono secondo una logica tutta loro, fatta di rituali domestici che si intrecciano a giochi d’infanzia e frammenti di memoria familiare. Le età si sovrappongono senza ordine: momenti di slancio giovanile convivono con posture che richiamano la vecchiaia, come se il tempo non avesse una direzione ma oscillasse continuamente intorno ai loro corpi. Questa alternanza costruisce una dinamica scenica che restituisce la complessità di un rapporto fatto di dipendenza, affetto, distanza e attaccamento.

La regia si distingue per un impianto saldo e pensato con cura. Ogni movimento, ogni pausa, ogni variazione sembra inserirsi in un disegno che privilegia la leggibilità dei rapporti e la specificità dei gesti. La scelta di accentuare la verticalità, di mantenere distinti i piani scenici e di far convivere piccoli dettagli con momenti di forte impatto visivo rivela un’attenzione costante alla coerenza del racconto. È una regia che struttura senza irrigidire, che offre alle interpreti uno spazio preciso ma non imbrigliato, permettendo loro di far emergere tutte le sfumature emotive.

Il disegno luci sostiene con precisione questa architettura. Coni luminosi isolano i momenti più raccolti, aperture calibrate ampliano la percezione dello spazio nei passaggi di maggiore intensità, mentre le transizioni mantengono una continuità visiva che accompagna l’azione senza mai interferire. Non c’è ricerca dell’effetto: ogni intervento appare necessario e contribuisce a rendere leggibili i diversi livelli della scena, valorizzando tanto le traiettorie verticali quanto le zone periferiche del retrobottega.

Stefania Remino e Alessia Santalucia offrono un lavoro interpretativo che sostiene lo spettacolo dall’inizio alla fine. La loro è una presenza precisa, composta, costruita attraverso un ascolto reciproco che non mostra mai cedimenti. Nessuna delle due guida, nessuna segue; entrambe contribuiscono con pari intensità alla definizione delle sorelle, dando corpo alle loro fragilità e ai loro slanci senza mai forzare i toni. Ogni gesto appare ponderato, ogni variazione vocale trova un suo posto, e la naturalezza con cui attraversano stati d’animo opposti conferisce allo spettacolo una solidità particolare. Le loro interpretazioni, complementari e mai sovrapposte, danno densità all’intero percorso narrativo.

Tra i momenti che emergono con particolare forza, la controscena di Felicia si distingue per continuità. Il modo in cui rimane attiva, anche quando il centro dell’azione è altrove, arricchisce la scena di livelli ulteriori. La sequenza delle merendine, divorate con un’urgenza che sfiora la compulsione, apre una finestra su un vissuto interiore fatto di mancanze e strategie di sopravvivenza. È un gesto quotidiano che, portato all’estremo, diventa linguaggio.

Una svolta visiva arriva con la scena in cui le due sorelle si cospargono di fango. L’azione non è gridata né estetizzante: è un contatto diretto con ciò che le ha segnate e che continua a riaffiorare. In quel fango convivono memoria, paura e un bisogno di riconoscere ciò che è accaduto senza poterlo cancellare. La scena possiede un’immediatezza che non cerca simbolismi: è materia, è corpo, è storia che ritorna.

La musica, spesso di matrice popolare, accompagna la narrazione con leggerezza, offrendo un controcanto che spezza la chiusura dello spazio e suggerisce un mondo esterno che continua ad avanzare, anche quando dentro tutto sembra immobile.

Ginestre disegna così un microcosmo denso e stratificato, in cui la provincia diventa un luogo dell’anima e la sorellanza una forma di sostegno che resiste allo scorrere del tempo. Lo spettacolo non offre risposte, ma restituisce con chiarezza la complessità di due vite che trovano nel retrobottega il loro punto di equilibrio e di tensione. E quando le luci si spengono, ciò che rimane è l’immagine di due figure che, pur immerse nella terra instabile da cui provengono, continuano a restare in piedi, come ginestre capaci di trovare spazio anche dove la terra cede.

Ginestre
testo di Elvira Buonocore
con Stefania Remino e Alessia Santalucia
disegno luci Francesco O. De Santis
scenografia Sara Palmieri
costumi Siria Bossone
musiche Vincenzo Romano
regia Gennaro Maresca
produzione B.E.A.T. teatro
durata 45 minuti

teatrante
Attore, regista e formatore (docente di mimo, maschera e movimento). Svolgo attività teatrale in carceri, scuole e comunità, combinando arte e impegno sociale. Il mio tempo e le mie energie sono dedicate alla diffusione e alla pratica del teatro in tutte le sue forme.
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