Il corpo di Matteotti (recensione)

Quando la violenza resta sola con se stessa

Il corpo di Matteotti
m&s - Il corpo di Matteotti (foto © Silvia Bisordi)

All’ingresso in teatro (il Mascheranova di Pontecagnano Faiano, in provincia di Salerno), prima ancora che l’azione abbia inizio, lo sguardo viene catturato da un rettangolo di legno illuminato al centro del palco. La luce, netta e verticale, cade dall’alto come su uno scavo, un fosso, una ferita aperta nel terreno e nella coscienza. È uno spazio circoscritto, oppressivo, che non ha bisogno di spiegazioni: suggerisce immediatamente un dopo, un luogo in cui qualcosa è già accaduto e continua a gravare. Il corpo di Matteotti sceglie di abitare proprio questo tempo sospeso, collocando il proprio sguardo non nell’atto dell’omicidio, ma nel momento successivo, quando la violenza è costretta a restare da sola con le proprie conseguenze.

La regia procede per essenzialità, rinunciando a qualsiasi sovrastruttura narrativa o simbolica superflua. Ogni elemento risponde alla necessità di concentrare l’attenzione sui corpi, sul loro stare e sul loro misurarsi all’interno di un perimetro che non concede deviazioni. È una scelta che non alleggerisce, ma comprime, e che affida al gesto e alla relazione fisica il compito di sostenere l’intero impianto drammaturgico. Lo spazio scenico diventa così un luogo mentale prima ancora che reale, una zona di pressione in cui il tempo si contrae e il pensiero si fa instabile.

In scena, due presenze. Non due personaggi nel senso tradizionale, ma due figure costrette a condividere uno stesso spazio secondo logiche profondamente diverse. Da una parte il corpo di Giacomo Matteotti, muto, fisico, ostinatamente presente; dall’altra colui che è stato incaricato di seppellirlo, lasciato solo a portare a termine un compito che si rivela, scena dopo scena, insostenibile. Tra loro, un unico oggetto: un badile. Strumento concreto, necessario, ma anche carico di una valenza simbolica che si stratifica nel corso dell’azione. Tutto avviene lì, dentro quel rettangolo che è insieme fossa reale e spazio interiore, senza possibilità di allontanamento.

Il corpo di Matteotti non è mai un elemento inerte. È una presenza che impone una relazione continua, obbligata, in cui la fatica del gesto si trasforma progressivamente in attrito mentale e morale. Quel corpo va spostato, sostenuto, affrontato, e proprio in questo confronto costante eccede la funzione di cadavere, diventando coscienza incarnata, ingombro ineludibile, impossibilità di chiudere il gesto fino in fondo.

I due interpreti costruiscono una partitura fisica rigorosa, fatta di incastri corporei, tensioni e resistenze reciproche. La lotta che si sviluppa non è mai puro scontro, ma relazione forzata, confronto continuo tra due presenze che non possono ignorarsi. Il ritmo è calibrato, scandito da un’alternanza di accelerazioni e sospensioni che mantiene costantemente viva la tensione scenica.

Colpisce in modo particolare il lavoro dell’attore che interpreta il corpo di Matteotti. Non pronuncia parola, e proprio per questo diventa il fulcro silenzioso della scena. Il movimento sembra nascere dal respiro, da un impulso interno che si traduce in un’azione controllata, essenziale, priva di compiacimenti. Il volto resta neutro, le espressioni ridotte al minimo, come se il corpo si facesse maschera, superficie su cui si riflettono le contraddizioni dell’altro. Il riferimento a una ricerca fisica riconducibile al mimo corporeo astratto emerge con chiarezza: braccia, mani, gambe costruiscono un linguaggio preciso, asciutto, mai decorativo.

Colui che è incaricato di seppellire il corpo si muove in direzione opposta. La parola diventa un tentativo fragile di colmare il vuoto, di coprire l’isolamento, di richiamare una dimensione collettiva ormai assente. L’orgoglio ferito, l’autocelebrazione, gli insulti lanciati nel buio assumono la forma di strategie difensive, incapaci di mascherare lo smarrimento. Privato dello sguardo del gruppo, lontano dalla retorica cameratesca, l’uomo si rivela fragile, disorientato, incapace di sostenere fino in fondo ciò che ha contribuito a compiere.

Il lavoro sul suono accompagna e sostiene l’azione in modo incisivo. Rumori e vibrazioni costruiscono una pressione costante, una trama acustica che non concede distensione. La musica elettronica interviene come elemento che ossigena la scena, offrendo respiro ai corpi, seguendone le dinamiche, accentuandone pause e fratture. Non è un semplice accompagnamento, ma una presenza che dialoga con il movimento.

Anche l’uso della luce si rivela determinante. I tagli luminosi modellano lo spazio, lo comprimono, ne accentuano la dimensione chiusa. La scena viene definita per sottrazione, lasciando zone d’ombra che sembrano assorbire l’azione e trasformando il rettangolo di legno in un luogo senza scampo, in cui ogni gesto risuona con maggiore intensità.

Ciò che emerge con chiarezza è la volontà di interrogare la Storia senza illustrarla. L’evento storico resta sullo sfondo, necessario ma mai esplicativo. Al centro c’è un tempo immaginato, un momento altro in cui vittima e carnefice condividono una prossimità impossibile. È in questa frattura che lo spettacolo trova la sua misura più incisiva, mostrando l’inconsistenza di un’ideologia che sa solo uccidere e che, privata della dimensione collettiva, rivela tutta la propria povertà morale.

Il corpo di Matteotti è un lavoro che affida molto alla fisicità, alla precisione attoriale, alla capacità dei corpi di farsi pensiero. Un teatro che non cerca risposte, ma espone una ferita, lasciando che sia lo spettatore a sostenerne la tenuta. Come quel corpo che resta lì, presente, impossibile da seppellire davvero.

Il corpo di Matteotti
drammaturgia Andrea Baldoffei
liberamente ispirato al libro omonimo di Italo Arcuri
con Andrea Baldoffei e Matteo Vairo
disegno sonoro Alessandro Giannone 
disegno luci Giulio Ferro 
foto di scena Silvia Bisordi 
regia Andrea Baldoffei
produzione fondamenta teatro e teatri; Entròpia teatro progetto realizzato con il contributo del bando S.IA.E. - per chi crea, sezione nuove opere 2023
atto unico di 60 minuti

teatrante
Attore, regista e formatore (docente di mimo, maschera e movimento). Svolgo attività teatrale in carceri, scuole e comunità, combinando arte e impegno sociale. Il mio tempo e le mie energie sono dedicate alla diffusione e alla pratica del teatro in tutte le sue forme.
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