DNA (recensione)

Se siete insegnanti vi farete coinvolgere e/o sconvolgere, se siete genitori non lo "vorrete" capire

Perla Ambrosini
m&s - Perla Ambrosini è Lea in DNA (foto © media & sipario)

Incrociamo nuovamente i copioni del drammaturgo britannico Dennis Kelly, noto per aver scritto il libretto di Matilda The Musical (premiato per questo con un Tony Award) e - per quello che ci riguarda - anche After the end (recensione), una claustrofobica storia a due di profondo disagio giovanile. In DNA l'età si abbassa, i protagonisti si moltiplicano (sono in 9 sul palco) e la sofferenza collettiva, per quanto sia possibile, si amplifica suscitando un senso di impotenza totale in chi assiste, in alcuni casi, in altri si diventa increduli, speriamo che solo pochi oppongano un rifiuto (della realtà).

Ci troviamo di fronte a un gruppo di adolescenti, come tanti, con problemi come tantissimi, con il senso del branco, come nella maggioranza dei loro coetanei, pronti ad allearsi contro uno, meglio se protetti dalla rassicurante barriera dello schermo di uno smartphone (non in questo racconto), con l'incredibile e repentina possibilità di cambiare "bersaglio" o di applicare la regola del "tutti contro tutti", come da buona tradizione - mai smentita - plautina.

Il bersaglio scelto è Bess (in altri adattamenti è Adam, ma il risultato è lo stesso), ragazzina con problemi di socialità e con un'unica, almeno crediamo, volontà: quella di essere accettata dagli altri ed essere così ammessa nel gruppo dei pari. Poco importa se per ottenere l'agognato risultato, Bess debba sottoporsi alle più umilianti richieste degli altri ragazzi, come ingurgitare foglie, che per quanto possa essere idiota probabilmente più di un mal di pancia non potrebbe creare. Ma l'inasprimento della stupidità collettiva continua e la povera ragazzina viene incitata (leggi costretta) a camminare su una grata pericolante (che sovrasta un alto dislivello del terrreno), sotto le risate degli altri e il lancio di pietre, fino a quando non viene colpita, perde l'equilibrio e cade.

Cosa fare ora? Avvisare qualcuno? i genitori? Chiamare i soccorsi? Ovviamente nulla di tutto questo, nessuno vuole rinunciare alla propria vita, nessuno vuole assumersi una minima responsabilità per l'assurdo gesto (reiterato nel tempo) di sistematica follia ("io devo andare all'università"), il branco tra le incertezze e i contrasti dell'uno contro uno si ricompatta, tradendo la propria appartenenza alla nazione che ha dato i natali a Sir Arthur Conan Doyle e Dame Agatha Christie. Si architetta così un piano che servirà ad allontare ogni forma di possibile sospetto, consegnando a chi dovesse poi indagare - in caso di ritrovamento di Bess - un innocente colpevole, incastrato macchinosamente dalla presenza di tracce di DNA della ragazza. Unica voce di contrasto quella di Lea (Perla Ambrosini).

Frammentando il testo con una efficace, ma a nostro giudizio troppo presente colonna sonora dei Radiohead (il commento sonoro spezza la dinamica narrativa), si portano in scena degli adolescenti qualunque, perfettamente riconoscibili dallo spettatore/genitore/coetaneo. Sono coloro che - da più piccoli - si accompagnano a scuola, sono coloro che si ascoltano con sufficienza e superficialità (o non si ascoltano affatto), sono coloro cui non si dedica mai quel tempo che è sempre di meno, preferendo l'apertura del portafogli (un gesto rapidissimo) alla volontà di crescerli e di crescere assieme a loro, l'impegno costa troppo, i soldi si fanno in meno. 

Sono quei ragazzi che rimangono soli ben presto nella loro vita, sono disturbanti e, nell'indifferenza generale, disturbati. Non c’è giudizio morale esplicito nel testo, leggiamo nella nota che lo accompagna, DNA si colloca nel canone del teatro per ragazzi anglosassone (in Italia spesso si preferisce portarli a riadattamenti pirandelliani di dubbia fattura), ma una lucida esposizione dei fatti e delle loro conseguenze. I ragazzi sono delle vittime, di loro stessi innanzitutto. Gli adulti sono, allo stesso tempo, vittime e carnefici, colpevoli e quasi mai innocenti, perché l'assenza è, essa stessa, sempre una colpa. Dopotutto i ragazzi non hanno chiesto di essere messi al mondo.

DNA
di Dennis Kelly
traduzione Monica Nappo 
regia Valentina Cognatti
con Perla Ambrosini, Alessandro Anastasi, Silvia D'Anastasio, Martina Grandin, Alessandro Pisanti, Patrick Passini, Michelangelo Raponi, Alice Staccioli
aiuto regia Martina Grandin
organizzazione Alice Staccioli
scenografia Michelangelo Raponi
produzione Margot Theatre Company
durata un atto unico di 80 minuti circa

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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