Giorni felici

Non solo perché ogni giorno che si trascorre in teatro è un giorno felice, ma anche perché è un testo di Samuel Beckett

Giorni felici
m&s - Roberto Abbiati e Monica Demuru (foto © Duccio Burberi)

Giorni felici è un dramma in due atti scritto nel 1961, per lungo tempo poco riconosciuto dalla critica e successivamente annoverato tra i testi più alti di Beckett. Come nella sua opera più celebre Aspettando Godot, l’autore svuota il dialogo della sua funzione significante e porta i protagonisti a una totale inazione. La conversazione e la situazione in cui riversano i due personaggi di Giorni felici – Winnie, una donna sulla cinquantina, e suo marito Willie, un uomo di sessant’anni dal cranio rotto e vuoto – divengono una chiara espressione della misera condizione umana. 

La coppia vive immobile, immersa nella sabbia: la donna è sepolta nel cumulo prima fino al busto e poi fino al collo, mentre il marito abita in una cavità del monticello sabbioso, alle spalle della moglie e quasi fuori dal suo campo visivo. Winnie non riesce più a muoversi, ma questa esistenza sembra starle bene: afferma infatti di continuo che quello che verrà sarà un altro giorno felice. Willie al contrario è ancora in grado di strisciare fuori dal suo buco per leggere il giornale o per masturbarsi, e al continuo chiacchiericcio di lei risponde a monosillabi. 

«Quel monticello di sabbia è il colpo di genio di Beckett – commenta Massimiliano Civica – una volta accettate le sue “assurde” premesse (che una donna viva in un deserto bloccata dentro un cumolo di sabbia con accanto un marito a mobilità ridotta), ci troviamo davanti a un testo realista, ad una situazione e a un rapporto tra i personaggi improntati ad una assoluta “banale” quotidianità. Voglio dire che se io o voi ci trovassimo nelle condizioni di Willie e Winnie, faremmo gli stessi discorsi e condurremmo, suppergiù nello stesso modo, il ménage familiare».

Winnie a un certo punto non riuscirà nemmeno più a voltarsi per guardare l’amato, ma nonostante la condizione di totale immobilità, resta sorprendentemente ottimista: solo pochi accenni al fatto che il marito vive alle sue spalle fanno presagire una punta di amarezza. L’assurdo di Beckett, allora, sembra non risiedere tanto nella conversazione vuota fra i due, quanto nella loro situazione fisica. Da queste constatazioni, la versione di Civica parte proprio dal cumulo di sabbia, in cui i due interpreti sono immersi, semi-moventi.

«La montagnola, per me – prosegue il regista – non è una metafora, ma un “corrispettivo oggettivo” di uno stato dell’anima e di una sensazione in cui ci sentiamo immersi. Quante volte ci siamo ritrovati a dire: “Mi sento un peso sul petto che non mi fa respirare”, “mi sento come dentro ad una colata di cemento che mi blocca”, “con lui la vita è un tiro alla fune”, ecc.? Ecco che questo testo di Beckett “estroflette” all’esterno una condizione esistenziale, la traduce fisicamente per renderla evidente sulla scena: siamo tutti bloccati, incapaci di guardarci negli occhi, di avanzare verso l’altro, tutti alla ricerca disperata di un contatto che ci faccia sentire meno soli. […] Con quel monticello di sabbia Beckett permette agli spettatori di scorgere l’assurdità della commedia dei nostri giorni felici: disperatamente bisognosi dell’incontro con un “tu”, siamo però incapaci di aprirci al dialogo, e perciò lo “recitiamo monologando”. Credo che Giorni felici sia proprio questo: un dialogo, un tentativo di dialogo, la struggente “nostalgia” e il “sogno” di un parlarsi; un apparente ininterrotto monologo interiore che è, in realtà, un disperato cercare, a tentoni e alla cieca, la parola giusta per incontrare l’altro. […] Winnie non parla mai a sé stessa, non sproloquia a vuoto: parla a Willie per sapere che Willie c’è ancora; perché il pensiero che Willie sia morto e di essere rimasta sola è per lei l’ultimo e definitivo inferno, l’unico a cui non avrebbe la forza di adattarsi, quello in cui la vita non merita più di essere vissuta. Un’assurdità assoluta. Ecco allora che il parlare di Winnie è una sola ininterrotta preghiera: “Dimmi che ci sei”. E ogni grugnito di Willie, ogni suo faticato gesto verso Winnie, ogni suo risponderle - con ciò gli è rimasto del corpo e dell’anima - che lui c’è ancora, che per lei lui c’è ancora, è atto religioso d’amore».

GIORNI FELICI
di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero
uno spettacolo di Massimiliano Civica
con Roberto Abbiati e Monica Demuru
scene Roberto Abbiati
costumi Daniela Salernitano
luci Gianni Staropoli
assistente alla regia Ilaria Marchianò
suggeritore Filippo Baglioni
direttore di scena Loris Giancola
elettricista e fonico Daniele Santi
sarta Annamaria Clemente
coordinamento tecnico dell’allestimento Marco Serafino Cecchi
assistente all’allestimento Giulia Giardi
cura della produzione Francesca Bettalli e Camilla Borraccino
ufficio stampa Cristina Roncucci
foto e video documentazione Duccio Burberi
grafica ed editing Francesco Marini
produzione Teatro Metastasio di Prato
In accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di The Estate of Samuel Beckett c/o Curtis Brown Group Limited
durata 1 ora e 30 minuti

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