Poveri cristi, il libro

 

Ascanio Celestini
m&s - Ascanio Celestini (foto © media & sipario)

Poveri Cristi è il romanzo/spettacolo su chi vive e vivrà sempre a due fermate di autobus da una città

Inutile dire che i "poveri cristi" di Ascanio Celestini vivono sotto lo stesso cielo di tutti gli altri o respirano la stessa aria, un'affermazione, la sua, che, per quanto sia ovvia (ma non per tutti) o un segno di speranza per un mondo migliore (che non arriva mai), si presta a talmente tanti distinguo da poter essere comunque smentita, come acutamente l'autore / attore / regista / scrittore romano dimostra - in maniera quasi scientifica - sia negli spettacoli teatrali che nei lbri, come - appunto - questo, edito da Einaudi. 

Non lo abbiamo ancora letto (o visto), anche se da bravi estimatori del teatro di narrazione (genere in cui Celestini e pochi altri si distinguono in positivo per la loro elevata capacità di coinvolgimento), abbiamo assistito a tutti e tre gli spettacoli (vedi Da Laika a Pueblo e Rumba) che costituiscono il corpus di questa sua ultima opera, dalla lunghissima gestazione, considerando che ha iniziato a lavorarci nel lontanissimo 2012. Siamo comunque stati presenti a una classica intervista con presentazione letteraria, anche se (e non avevamo dubbi) sono mancati tutti gli aspetti della "classica" promozione letteraria/teatrale che avrebbero stonato con l'idea che ci siamo fatti di Celestini, e non solo noi. Questo articolo non è quindi la cronaca delle nostre impressioni sul libro, ma di quanto l'autore parlandone ci ha comunicato, aneddoti pasoliniani inclusi.

Nel corso della sua intervista ha ricevuto poche domande, tutte essenziali e in argomento, che danno la possibilità a Celestini di fornire a chi ospita e alle molte persone presenti ulteriori spiegazioni su quei poveri cristi che - da praticamente sempre - sono i suoi protagonisti, perché se lo meritano, è una sorta di risarcimento, dice. Basterebbe questo a farne comprendere meglio il significato, la sensibilità e la necessità che venisse scritto. 

Si ragiona filosoficamente sul concetto del confine, se sia o meno attraversabile, su cosa si troverà dall'altra parte, se si verrà accolti o respinti, o si incontrerà un campo minato. L'accenno alla politica contemporanea, nazionale e internazionale, è inevitabile ma è assolutamente moderato, mai fuori le righe e mai contrappositivo. Non si accettano le "ideologie" degli altri, ma si reagisce con la logica delle proprie e senza mai cadere nell'insulto, che non porta mai da nessuna parte, serve semplicemente a fare rumore e sviare l'attenzione dal vero problema. Se, per chi prende decisioni sui destini altrui, le persone sono riconducibili solo a numeri, dati asettici da affermare e smentire nell'arco di pochi minuti, per Celestini - e fortunatamente non solo per lui - ci sono dei nomi e non dei numeri a indicare degli esseri umani, con la loro storia, sempre diversa, ma sempre degna di essere ascoltata e poi raccontata. Se da una parte abbiamo supponenza e distacco, dall'altra troviamo comprensione ed empatia. 

Il romanzo riprende la sequenza temporale degli spettacoli, è diviso quindi in tre parti, la prima è Laika, la seconda è Pueblo e la terza e ultima è Rumba. I personaggi che già conosciamo si spostano così dal palcoscenico e dalla narrazione a due voci (il narratore racconta sempre a Pietro, che il più delle volte ascolta senza parlare) e si passa a quella delle centinaia di voci e volti che la nostra mente, leggendo, attribuisce e concretizza, rendendo il tutto un romanzo "audio" sempre diverso, da lettore in lettore. E probabilmente differente dalla prima lettura alle successive, anche per la stessa persona.

Poetica la figura della barbona Domenica, che a noi ha ricordato l'immensa Lilla Brignone, Regina in Fantasmi a Roma (1961, regia di Antonio Pietrangeli) e che di conseguenza così abbiamo raffigurato. Toccante la descrizione del povero uomo che recupera i cadaveri degli annegati negli assurdi viaggi della disperazione tra Africa e Italia e che seppellisce mettendo una croce sulla loro tomba. E anche qui il nome - e non un numero - è fondamentale, perché bisogna conoscere il nome del morto per seppellirlo nel cuore dei vivi. È necessario aggiungere altro? Secondo noi no, solo un po' di vergogna, ma non da parte nostra.

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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